Negli occhi.Nel cuore.

 

“u talk to me as if from a distance and I reply whit impressions chosen from another time…”

Tutto quello che non riesco a scrivere è annodato dentro, in un posto caldo e fa condensa nel cuore. Ho ancora molte lacrime qui. Ho ancora la tua vita impigliata negli occhi e nelle orecchie.

“Ti voglio bene zia bella”

03.03.2016

 

zia bella

 

 

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“Sa di nonnine”.

 

 

Stavo facendo la doccia quando ho versato il docciaschiuma sulla spugna. Talco ed Iris.

Sa di nonnine” ho pensato assorbendone l’aroma. Sa di un tempo sospeso, di quando a casa di nonna, mi fermavo davanti alla porta finestra della sua camera da letto a guardare nel silenzio il pulviscolo danzare illuminato dai raggi del sole che puntavano verso il pavimento come fiocine. E respiravo il profumo della biancheria ricamata e riposta in una vecchia cassettiera di legno scuro laccato di cui aprivo sempre il primo cassetto. La biancheria era quella pesante, del corredo buono, quella che non veniva mai usata ma che era lì a testimonianza di un lascito molto importante : la tradizione. “Sa di nonnine” come il talco riposto dentro al cofanetto in ceramica che stava sulla toeletta per il trucco nel corridoio. Avevo forse 6 anni, mi sedevo sullo sgabello e passavo le dita sul vetro che ricopriva il freddo marmo, ne seguivo le venature bianche poi prendevo il pettine e guardandomi allo specchio sistemavo i ricci fingendo di essere una ragazza “grande”. Approfittavo dei momenti in cui venivo lasciata sola in casa per aprire i cassetti dei mobili in cucina e mi godevo nel silenzio intervallato dal canto delle cicale, la scoperta di piccoli tesori. Amavo quei brevi attimi di isolamento in cui potevo trasgredire agli ordini di mamma sullo stare composta, sul fare e soprattutto non fare questo e quell’altro. Avevo come la sensazione che d’improvviso tutta la casa diventasse più tangibile e potessi finalmente conoscere i segreti che nonna celava dentro ai mobili.

Anche alcune amiche di nonna sapevano di talco e iris, lo sentivo quando si chinavano per baciarmi e mi prendevano le guance con le loro mani molli e lisce.

Ricordo anche di quella volta che andai a trovare zia Angelina, che non era davvero mia zia, ma la chiamavo così perchè così la chiamavano tutti. Abitava a pochi metri da nonna, la porticina in legno era aperta e dentro era un pò buio. Alcune signore stavano fuori, parate lungo il muro, erano vestite di nero e parlavano a bassa voce. Entrando vidi altre signore, anche queste vestite di nero come pinguini col velo e facendomi largo trovai la nonna e poi zia Angelina. Zia Angelina era distesa sul grosso letto in ferro battuto e quattro ceri più alti di me ne delimitavano gli angoli, zia stava con le mani raccolte come se pregasse e teneva gli occhi chiusi. Era minuta, immobile e non mi sembrava morta, ma solo perchè non sapevo ancora bene cosa fosse la morte. Nonna mi prese per mano e mi disse che non era posto per me quello, che l’anima di zia era salita in cielo. Volevo dare un bacio a zia, ma nonna mi disse di non toccarla “che i morti si prendono l’anima tua innocente” allora io un pò per sfida e un pò perchè non ci credevo, toccai un piede di zia Angelina prima di uscire da casa sua. Anche zia  sapeva di talco e iris, come questi ricordi.

Ogni tanto sento ancora quello stesso profumo nelle sale d’attesa degli ospedali, quando qualche nonnina mi passa accanto.

Sono rimasta sotto la doccia a pensare per qualche minuto. In 36 anni i miei pensieri hanno fatto più strada delle mie gambe ormai ferme e anche quando le gambe correvano veloci, i miei pensieri correvano di più e non sempre andavano nella stessa direzione delle gambe, così capitava che un profumo sentito per strada diventasse un pensiero e che questo afferrasse un ricordo dal cuore, mentre le gambe mi portavano da qualche parte, ma sempre troppo lontano da quello che vivevo dentro di me che a volte sapeva di talco e iris.

 

nonnine

Malincomica

Novembre è passato.Sopra di me,ma è passato.

Ho concluso il nefasto mese con un ricovero ospedaliero di 8 giorni che ha conferito maggior prestigio al mio già notevole curriculum da paziente. A questo proposito, credo creerò una simil guida Michelin degli ospedali della Lombardia,i cui migliori reparti saranno premiati con le siringhe d’oro.

Ho soggiornato nella medesima camera,occupando il medesimo posto letto dove poggiai le terga esattamente 3 anni prima. Posto letto n. 17. Secondo la Kabbalah il 17 è un numero figo.Secondo la sfiga anche. In realtà sono rimasta in quella stanza solo due giorni perchè pare che la mia vicina di letto avesse un sospetto di TBC e quindi gli infermieri,una volta appreso dell’enorme rischio contagio, hanno dato il via al trasloco più veloce della storia, silurandomi con l’intero letto in una nuova stanza e diffidandomi poi dal tornare dove stavo prima.

Ho dunque lasciato J. ai rumori delle mille macchinette a cui era attaccata per ritrovarmi poi accanto a V. una nonnina novantaseienne molto molto dolce. Mi spiace però non aver potuto salutare J. e mi spiace averla vista diverse volte in difficoltà con gli infermieri. J non è italiana.Stava molto male e la febbre alta le mangiava via qualche sorriso. J. ogni tanto piangeva quando stava al cellulare con i suoi cari lontani. Io non capivo la sua lingua ma capivo il suo dolore. Chiamava spesso gli infermieri per farsi aiutare a far pipì.Doveva pur espellere i diversi liquidi delle flebo. Così dopo poco arrivava un camice bianco dal viso scocciato che si poneva di fronte a J con una certa indifferenza cercando di interagire con lei come si farebbe con una persona con problemi di udito.. ed io pensavo che alzare la voce non avrebbe fatto capire meglio l’italiano a J.

La notte prima del mio trasloco erano di turno 2 infermiere ed una OSS che avevo già inquadrato e catalogato come “possibili perfide” il giorno del mio arrivo. Erano le 3 di notte e J se l’era fatta addosso,aveva bisogno di essere cambiata,non poteva alzarsi ed ha suonato il pulsante per l’assistenza. Sono arrivate le due infermiere che a gran voce l’hanno rimproverata per aver bagnato il letto,le hanno poi messo un pannolone senza pulirla o cambiare le lenzuola,perchè “tanto alle 6 lo farà l’altro turno”. E’ stato difficile riprendere a dormire quella notte ed il nervoso mi ha accompagnata per tutto giorno seguente. L’indomani verso le 10 J. è stata portata al piano di sotto per eseguire delle visite e verso le 12 quando è arrivato il suo compagno,non era ancora tornata. Io mi stavo truccando,approfittando di quell’ora in cui potevo star seduta per pranzo,così quando ho visto il suo compagno entrare in stanza l’ho avvisato dicendogli dove fosse J. e dopo qualche battuta sulla mia lungaggine da precisina con il make up, il compagno di J,nel suo altrettanto stentato italiano ha iniziato a sfogarsi dicendosi preoccupato per le condizioni della sua compagna e per il trattamento che le riservavano in ospedale. A quel punto ho raccontato lui quello che era successo durante la notte promettendogli anche che mi sarei presa io cura di J. e l’avrei difesa da certe “leggerezze”.Avrei dovuto farlo prima e questo non me lo perdono ancora.Purtroppo poco dopo,con l’arrivo di J. in camera mi hanno cambiata di stanza e quella promessa non ho potuto mantenerla. J. è finita poi in un altro reparto ed io oggi spero solo stia bene. spero non pianga più e non subisca altre umiliazioni.

Con V. è andata meglio. O forse dovrei scrivere a V. è andata meglio. La “nonnina” la chiamavo. 96 anni ed il cuore leggero di chi sa dire ancora Ti voglio bene. Ed è questo che continuava a dire V. a sua figlia che le teneva compagnia durante il giorno. “Ti voglio bene,sei tutto quello che ho”. Quante volte mi sono commossa di nascosto sentendola e pensando che io a 36 anni “ti voglio bene” non lo so dire,che magari lo scrivo,ma non lo dico mai.Che cretina che sono.

Con me e la nonnina gli infermieri sono stati gentili. Il turno delle perfide lo abbiamo sopportato solo una volta ancora,ma ero di vedetta,occhi puntati su V.,pronta a dirne 4 in caso di bisogno. Sono stati 8 lunghi giorni,un pò noiosi. Niente Tv (che forse è stato un bene).Un libro divorato in 2 pomeriggi e poi tante chiacchiere.Flebo ogni 4 ore e qualche sigaretta fumata per occupare il tempo.Ho passato mesi interi in ospedale che in fondo 8 giorni sono niente,ma non ci si abitua mai e ci si rompe ugualmente le palle.Beh,felice di essermele rotte allora,significa che stavo bene tutto sommato.Me la sto suonando e cantando da sola.

          ***

Sono a casa. Il cielo si sta spegnendo e il freddo crea rivoli di vapore ad ogni respiro. Guardo i colori di questa stagione e la nebbia che ovatta forme e rumori distanti.Non c’è il Natale.Neppure nelle poche luci che adornano qualche balcone.Non c’è il Natale ed io lo cerco annusando l’aria in attesa che i ricordi me lo facciano sentire almeno un pò,in qualche posto quì dentro,dove gli anni hanno stemperato l’innocenza. Mi manca la legna che arde nel camino e che brucia crepitando tra le danze delle fiamme alte. Mi manca il calore vivo sul viso e sulle mani,quel profumo acre misto agli agrumi consumati lì davanti. Mi manca la tavola imbandita per metà occupata da tutti i miei cugini e poi “dai grandi”.Dai nonni.I nonni.Cacchio se mi mancano i nonni.Nonno Felice che metteva i raudi nelle arance e le faceva saltare in aria creando degli splatter artistici sulla facciata del muro di fronte.Quante risate.La nonna Irene in cucina a fare la pasta fresca seguita a ruota dalle zie e tutte assieme formavano una catena di montaggio così efficiente che Giovanni Rana,scansati proprio.In tv Fantaghirò con quel gran figliolo di Tarabas poi la fabbrica di cioccolato,ma quella vera,l’originale.Le pubblicità della Coca cola quando ai tempi erano davvero belle.Il vino a tavola che era il vino fatto dal nonno e che io annacquavo puntualmente (come faccio ancora oggi).La mia Calabria.Il mio paesello in collina.La famiglia.La vita.

Poi la morte si è portata via il nonno.Gli anni la nostra innocenza.Noi cugini non abbiamo più dormito tutti assieme nel lettone a casa dei nonni come durante quelle feste.La stanza fredda perchè non c’erano i caloriferi e le coperte pesanti che il nonno aveva portato dalla Germania ci immobilizzavano contro al materasso,quindi non è che volessimo fare i buoni noi bambini,ma proprio non potevamo muoverci.La morte  si è portata via poi anche la nonna.La morte si è portata via il mio Natale ed oggi ripenso a quando lo sentivo dentro per davvero questo periodo e mi manca.Mi manca il Natale che è amore,sapore,vita,unità e condivisione.Mi manca ma lo ritroverò.In qualche posto qui dentro..con gli occhi rivolti al cielo,puntati sulle due stelle più belle che sono i miei nonni.

 

ricordi natale

2 8bre.

Questa mattina, all’uscita dall’ospedale una folata di vento ha portato un profumo nell’aria che mi ha investito scardinando qualche porta chiusa su ricordi difficili e in un istante era Agosto 2007, il giovane chirurgo parato davanti a me a bordo letto, con l’esito della Tac in mano, in evidente disagio mi stava comunicando che una massa sospetta premeva su una vertebra della colonna. Dovevo essere operata d’urgenza. Solo l’operazione avrebbe reso possibile capire nello specifico con cosa avrei dovuto fare i conti in seguito.Il tono della sua voce era controllato, quasi rassicurante, ma con il sorriso incerto di chi non sarebbe mai riuscito ad assolvere con freddezza quell’ingrata parte del suo mestiere che lo vedeva ambasciatore per conto di uno stronzo destino, forse tentava di scusarsi in silenzio per un disegno più grande di lui, contro cui a volte non poteva nulla. Comunque l’aveva chiamata “massa”. Non avevo ancora capito. Collegato.

Stavo male, zoppicavo e soffrivo di dolori atroci che mi portavano all’esasperazione. La vacanza a Gatteo era finita con un lungo ritorno in treno tra lacrime ed antidolorifici, poi la corsa al pronto soccorso e l’inizio della fine di un capitolo felice.

Un semplice profumo e sono sparite le strisce pedonali, i passanti, gli edifici, il cielo grigio di Lambrate. Ho dovuto fare appello a tutta la mia forza per costringermi a ritornare lucida. Mi sono sforzata di guardarmi attorno, poi giù verso le gambe concentrandomi sulla sensazione di freddo che provo quando uso i corrimano per spingermi sulla carrozzina. Ero di nuovo qualcosa di fisico e presente. Oggi è il 2 Ottobre, sono paraplegica, malata oncologica, non ho più casa mia, la macchina, il vecchio lavoro, le vecchie amicizie, Simone e neppure più Yago, il mio pastore tedesco. 2 Ottobre. Fa freddo, mi nascondo dentro un cappotto verde che mi fa sembrare una liceale e una vecchina mi ha appena chiesto se sto aspettando il taxi. Le rispondo di no mentre vedo mio padre arrivare in macchina.

Praticamente ho avuto un attimo di rincoglionimento alla Ally McBeal.

Mi stacco il cerotto che ho sul braccio sinistro guardandomi allo specchio per capire dov’è stata eseguita di preciso l’iniezione. L’oncologa non è contenta di vedere le mie braccia tatuate, non approva, ed io spero che mi abbia bucato in una zona libera dall’inchiostro. Che non abbia deturpato la “tela” di cui vado fiera. Dopo aver passato anni a subire operazioni devastanti, dopo aver visto il mio corpo cambiare sotto l’effetto di farmaci (non chemioterapici) che per un periodo mi hanno reso quasi calva, di cortisone preso in dosi massicce dove sono raddoppiata di peso e dopo aver dovuto cambiare punto di vista abbassando la mia visuale dal metro e sessanta ad altezza bimbo perché ora mi tocca stare seduta, beh.. fanculo tutti. Dopo aver fatto da cavia da laboratorio, prestando il mio corpo alla scienza e alla sfiga, credo di avere tutto il diritto di “dipingerlo” di inchiostro o forarlo con dei piercing. Questo tipo di dolore l’ho cercato e voluto io. Il resto no. Il resto proprio no.

E’ il 2 Ottobre. Fa freddo, mi nascondo dentro un cappottino verde che mi fa sembrare una liceale, sono paraplegica, malata oncologica, ho in programma di tornare a vivere per i fatti miei, ho ri-preso la patente speciale, coltivato nuove amicizie, ho un compagno che non si chiama Simone e non vedo l’ora di poter adottare due gatti.