Occhi grandi come l’Africa

“ma oggi è la giornata degli arrabbiati?”

L’autista sembrava scocciatissimo mentre tirava giù la pedana per farmi salire,idem un passeggero che mi ha schivata guardandomi male,ed imprecando in arabo è sceso dal tram sul quale era appena salito,prima di me.

Scendiamo a piazza Argentina.

“No no,entra tu io resto quì”

“Sicura?”

“sì”

“vabè tanto ci metto tre minuti”

E così mi sono messa a lato della porta d’ingresso del negozio,ombrello in mano ad aspettare il mio compagno.

Poca gente per la strada e corso Buenos Aires sembrava anche più grande.Poco distante da me c’era un ragazzo di colore seduto a terra,con la schiena rivolta verso il bordo del marciapiede.Se ne stava gambe aderenti al petto,braccia attorno alle gambe e mento appoggiato alle ginocchia.Dietro di lui un auto.Davanti ai suoi piedi un contenitore di plastica.Vuoto.Indossava un maglione nero consunto ed il pantalone di una tuta che aveva tutta l’aria di non essere un nuovo acquisto.Le persone gli passavano accanto senza guardarlo e lui non faceva proprio nulla per farsi notare.Io guardavo lui e poi le mie gambe,poi di nuovo lui e di nuovo le mie gambe.Un ping pong impacciato fatto di sguardi e pensieri che si è concluso quando mi sono accorta che mi stava fissando con due occhi grandi come l’Africa.Poi ha alzato appena appena una mano per salutarmi.Un gesto quasi timido.Ho ricambiato il saluto e gli ho sorriso prima di decidere che non stava bene fissare,così ho ripreso a guardare le mie gambe,impacciata.Subito dopo ha iniziato a piovere,ho alzato la testa,occhi a fessura mentre le gocce mi cadevano sulla faccia ed ho pensato che però avevo un ombrello.Sì,ma ce l’avevo io.Che quel ragazzo un ombrello non ce l’aveva e chissà quanto altro non aveva e che “Giugno 2016 faceva schifo” e non si dovrebbero indossare maglioni a Giugno.Ero molto arrabbiata con Giugno che ci stava piovendo addosso e insomma ho pensato a tutto questo e pure che “ora vado lì da lui,apro l’ombrello e lo riparo un attimo,mica mi prenderà per pazza..sì dai vado” ma non ho fatto in tempo a trasformare il pensiero in azione che ho visto quel ragazzo alzarsi e venire lentamente verso di me, per poi indicare la carrozzina e la tettoia che avevo alle spalle,oltrepassarmi e tirarmi piano piano al riparo.In genere mi sarebbe partita una pettinatura da super saiyan con incazzo ed onde d’urto perchè non amo essere spostata tipo soprammobile e senza alcun permesso,ma “occhi grandi come l’Africa” non aveva fatto altro che scomodarsi per essere gentile quindi l’ho ringraziato invitandolo a stare lì con me invece di tornare sotto la pioggia come stava per fare.Mi ha risposto in inglese,dicendomi che non sapeva parlare bene in italiano e “Do you speak english?”

Porca merda.

L’inglese è una lingua che tutto sommato capisco,ma che il mio cervello si rifiuta di incamerare ed elaborare per bene,la mia bocca lo sa che non sono pronta e difatti mi lascia dire poco.

Così gli ho detto la verità,che faccio schifo a parlare in inglese e lui sorridendo mi ha salutato con un “Don’t worry” tornando a sedersi accanto al contenitore vuoto.Sotto la pioggia.

Tristezza.Potevo vederlo chiaramente,un pezzo del mio cuore era già seduto accanto a lui,mentre il resto di me stava impotente sotto una tettoia ad aspettare che il proprio compagno uscisse dal negozio.

Cosa potevo fare per quel ragazzo con gli occhi grandi come l’Africa?

D’istinto ho preso tra le dita una banconota che tenevo nella pochette adagiata sulle gambe.L’ho tenuta stretta,senza estrarla.

Il negozio a cui mi ero accostata,nel frattempo ha risputato fuori il mio compagno che non aveva trovato l’oggetto che cercava.Lui l’inglese lo sa parlare bene,mica come me che mi imbarazzo e così gli ho spiegato la situazione e gli ho chiesto di farmi da interprete.Siamo andati da quel ragazzo con gli occhi grandi come l’Africa,stava a pochi metri e aperta la pochette ho preso la banconota che stringevo poco prima e gliel’ho consegnata senza pensarci due volte.Mi ha guardata un attimo prima di prenderla e poi mi ha detto “grazie”.In italiano.Forse l’unica o una delle poche parole che aveva imparato stando quì e forse da poco.La pioggia intanto continuava a scendere.

“Per favore amo,digli di non restare quì sotto la pioggia”. Nel frattempo il mio compagno copriva entrambi con l’ombrello e riportava a lui la traduzione delle mie parole.

“What’s your name?”

“Mavis”

Mavis,che bellissimo nome.

Cercava un lavoro,solo un lavoro e mentre ce lo diceva sono passati due ragazzi di colore che vedendo Mavis seduto a terra ed immaginandolo forse in difficoltà gli hanno detto di andare in stazione centrale.

Il mio compagno gli ha spiegato quindi dove sarebbe dovuto andare per ricevere assistenza ed io pensavo “mondo ladro,se potessi ti darei pasti caldi e un posto per dormire,dove chiudere gli occhi al sicuro..”.Mi sentivo una merda.Una merda impotente.Devo scriverlo.

“Good luck”

E siamo andati via mentre lui si riparava sotto al balcone di uno dei tanti appartamenti che formano i palazzi di corso Buenos Aires.

“Senti voglio prendere un ombrello a Mavis.”

Poco più avanti c’era Tiger e siamo entrati.L’ombrello l’ho comprato,ma quando siamo usciti Mavis non c’era più.Siamo rimasti fermi sotto ad un balcone per un bel po’ aspettando smettesse di piovere forte.Continuavo a guardarmi attorno speranzosa di vedere “occhi grandi come l’Africa” da qualche parte,ma di lui non c’era traccia.L’ho immaginato mangiarsi un panino in un fast food,al coperto ed al riparo dal mondo,almeno per un attimo.L’ho sperato.

 

Mavis

Chirurgia emozionale

“Mettiti in discussione” suggerisce spesso la mia mente. “Taci stronza” le rispondo io.

E d’accordo con il masochismo che mi permea l’anima, decido di agire chirurgicamente per asportare i miei difetti e buttarli qui. Se li potrò leggere, rileggere, forse un giorno li troverò persino ridicoli. O faremo pace. Ma non permetterò a nessuno di usarli contro di me per farmi sentire sbagliata. Solo io posso farlo.

  • sono impulsiva (l’ho scritto di getto)
  • non so chiedere aiuto (sono più da problem solving altrui e stoica self service)
  • sono gelosa (non in maniera patologica come qualcuno si ostina a dire/riferire)
  • sono possessiva (in maniera patologica)
  • sono pigra (infatti non so se finirò questo post)
  • sono incostante (infatti non so se farò davvero quello che ho scritto sopra)
  • sono sfuggente (come un visualizza e non risponde)
  • sono fragile (ma non posso permettermi di esserlo)
  • sono introversa/estroversa (…) (bipolare)
  • sono intollerante (e soffro di reflusso gastrico emotivo se non mi sfogo con regolarità)
  • sono insicura (ne sono sicura)
  • sono impaziente (datti una mossa a leggere)
  • sono contraddittoria (con coerenza aggiungerei)
  • sono permalosa (chi io? Come oso!?)
  • non ho filtri (però ho un linguaggio molto colorito, saturo)
  • sono pessimista (è una precauzione che adotto con facile entusiasmo tra l’altro)
  • sono orgogliosa (ci ho messo 27 minuti ad ammetterlo)
  • sono testarda (più di un mulo, tipo due)
  • sono diffidente (la diffidenza è il livello super sayan del pessimismo)
  • sono disordinata (ma il karma vuole che io sia brava a ritrovare le cose che perdono gli altri)
  • sono chissà quali altre cose che ora non mi vengono in mente.

Mi è stato detto che sono egoista, sporca dentro, falsa, psicopatica, indegna, calcolatrice, bambina, vittima, stupida, troia, posseduta, brutta, che valgo zero, plagiatrice, manipolatrice.

Queste ultime righe le ho scritte solo per me, per ricordarmi chi e cosa non sono. Non sarò mai come la rabbia di qualcuno vuole vedermi. Mai.

difetto

La mia parte intollerante.

Tutti noi siamo portatori sani di “dio che nervi” verso cose che ci infastidiscono (e non lo metto il punto di domanda perché potrebbe dissentire solo Osho).

A questo proposito, voglio stilare una lista di “alcune” cose sceme che tollero a fatica o non tollero affatto, partendo da quelle che ritengo più “sopportabili” :

  • Persone che camminano battendo i talloni sul pavimento. Ora non vi chiedo di stare sulle punte come la Fracci, fare i Ninja silenziosi o i Marines che puntellando cautamente i gomiti, strisciano avanzando, ma se evitaste di far tremare il suolo ad ogni falcata, fareste cosa gradita anche ai rilevatori sismici.
  • I Pop up di Cineblog e le millemila finestre che si aprono quando si tenta di raggiungere la schermata per lo streaming selvaggio. Che poi appare la pagina del tizio che inizia a parlare per spiegarti come fare soldi facili su internet e mi tocca ordinare al maggiordomo di zittirlo.
  • Utenti Facebook che accostano frasi improbabili a selfie giornalieri ancora più improbabili. Voler giustificare una bocca a culo di gallina con una frase pescata a caso dal repertorio di Fedez è istigazione ad usare l’opzione “nascondi post” / “non seguire più” /“blocca utente”/ “inviagli un Trojan” / ”pugnala la sua bambola voodoo”.
  • Utenti Facebook (sì questo social mi regala forti emozioni) che mettono like al proprio post. Deduco che se lo hai scritto e pubblicato tu sia d’accordo con te stesso. No? No.
  • Utenti Facebook che postano frasi/riflessioni copiate da altri senza citarne la fonte, si mettono anche il like e dulcis in Findus rispondono lusingati ai complimenti di chi pensa di aver letto un contenuto “sincero”. Avete neuroni cinesi dediti al CTRL+C CTRL+V in quella testa? Ma soprattutto quella testa è la vostra?
  • Le persone che al cinema parlano (anche al cellulare) durante la visione del film. Sono spesso le stesse che ti fregano il bracciolo e la bibita. Queste persone dovrebbero essere bandite da tutte le sale, schedate e bandite previo riconoscimento dell’iride e successiva incisione a fuoco della lettera scarlatta sulla fronte.
  • I suggeritori. Quelli che mentre tu stai al telefono si intromettono ricordandoti di dire quella cosa all’interlocutore e poi quell’altra e tu sei lì diviso in due con un orecchio teso verso il cellulare, anzi con il cellulare che sta per diventare un cotton fioc premuto sull’orecchio e l’altro orecchio tappato per evitare di ascoltare il suggeritore che nel frattempo ha preso anche a seguirti ignorando il tuo labiale che scandisce chiaramente “hai rotto il cazzo,non sento,finiscila”. Ad un certo punto ti arrendi, gli molli il telefono dicendo <<Parlaci tu!!!>>. Risponderà piccato e vorrai ucciderlo.
  • Quelli che ti scrivono solo per inoltrarti una catena di merda, poi svaniscono come i calzini ingoiati in un buco nero. Per loro noi siamo solo un numero utile a cui passare la patata bollente o sfiga che dir si voglia. Tipo il vecchio “Ce l’hai”.
  • I gruppi su Whatsapp, che se hai il cellulare impostato su vibrazione è probabile lo ritroverai ad un kilometro da casa spinto dalle vibrazioni dovute al susseguirsi di messaggi degli utenti del gruppo.
  • Le persone che fanno finta di non vedermi quando mi metto in coda alla cassa con precedenza disabili e che poi si girano sorridendo facendomi segno di passare solo perché la cassiera mi ha intercettato invitando tutti a darmi la precedenza. Magari non vi sarei passata davanti perché non ho sempre fretta, ma quando fate così vi passerei direttamente sopra con la carrozzina. Vi userei come Red Carpet.
  • Chi tocca il monitor del mio pc per indicarmi qualcosa sullo schermo. Perchè dovete decorarlo con le vostre impronte digitali? Non sapete darmi le coordinate del soggetto a cui devo prestare attenzione come si fa a battaglia navale, senza ungermi il vetro in preda ad isterismi da eccitazione o incazzo folle?
  • Quelli che prendono i miei libri in malo modo sgualcendoli. Ah che colpo al cuore! Passare ore in libreria a scegliere la copia intonsa e che più si avvicina alla perfezione estetica per poi vedere che a “mio figlio” (il libro) son spuntate le orecchie come a Pinocchio nel paese dei balocchi. Che la copertina, quando non è rigida, ha già le rughe per colpa di chi ha cercato di ripiegarla sul retro del libro come fosse una rivista.. siete delle brutte persone. Mai quanto me, ma davvero brutte.
  • L’umanità.

intolleranza

90 la paura.

Qualche giorno fa ho dovuto prendere l’autobus per recarmi ad un appuntamento. La corsa che attendevo era quella della famigerata linea 90.
Salire sulla 90 è un po’ come fare Pechino Express al contrario : non devi viaggiare tra diversi Paesi assaporandone le differenti culture in quanto entri direttamente a contatto con almeno 6 distinte nazionalità dislocate su un intero autobus. Qualche fermata/tappa prevede l’eliminazione di alcuni concorrenti, subito rimpiazzati da nuovi giocatori. Vince chi ha più resistenza fisica unita a strategia di gioco, pari a quella del Tetris, che sarà utile al vostro fisico in caso di “overbooking” del mezzo.

Delle volte quella linea è così affollata che immagino l’autista girare la lancetta di un ipotetico Twister e gridare : “Mano destra su cinese!” – “Piede sinistro su italiano, se lo trovate!”.
Vince chi riesce a districarsi arrivando illeso alle porte d’uscita e varcandole. Io perderei sempre.

Ad ogni modo, dovevo recarmi ad un appuntamento e dopo un’attesa di circa 20 minuti esposti ad una temperatura pari a quella del monte Fato di Mordor, io ed il mio compagno, ormai forgiati, tanto che sulle spondine della mia carrozzina è anche apparsa una scritta in caratteri Tengwar che recitava << un antidolorifico per domarli, un antidolorifico per trovarli, un antidolorifico per ghermirli e nel buio incatenarli >>, vediamo il miraggio di un mezzo arancione fermarsi.

Ora la cosa dovrebbe svolgersi così : autista ti rianima autista scende munito di apposito bastone con gancio, tipo quelli negli armadi per prendere i capi che stanno in alto (se non lo si modifica per farcisi i selfie) – autista invita i passeggeri a spostarsi dal perimetro della pedana da azionare manualmente – autista tiene una breve lezione di geometria indicando l’area selezionata con le mani ed invita nuovamente i passeggeri a non occuparne la superficie – autista da fuoco alla superficie indicata liberandola da cose e persone – autista chiede a che fermata scenderemo – salita sull’autobus – si chiede gentilmente ai passeggeri di lasciarci passare – si ripete più volte l’azione – si da fuoco a qualcuno – ci si dirige verso il posto assegnato agli invalidi – autista invita nuovamente i passeggeri ad allontanarsi dalla superficie destinata alla chiusura della rampa – autista ripete l’accorato appello – autista darà le dimissioni entro sera – autista richiude la rampa – si parte.

Questo è quello che a grandi linee accade ogni volta che io ed il mio compagno saliamo sulla 90. Tranne quel giorno, alla cui guida di uno degli autobus c’era un tal signor “cazzomene” in divisa, che dopo essere sceso senza il bastone per estrarre la rampa, ringhiando verso i passeggeri che si sono dispersi all’istante, impugna un fazzoletto e mima sfiorando senza troppa convinzione la maniglia della pedana per poi voltarsi scazzato e dirmi << non va, non ho il gancio o aspetti la prossima corsa >> ( e qui lo fulmino tipo Lamù durante il primo giorno di mestruo ) << ..oppure ti aiuto a salire >> dice in un tono che tradotto sarebbe “basta che ti levi dalle palle”.
So bene che non si dovrebbe e forse lo sa anche il signor “cazzomene” che la manovra che intende eseguire è sinonimo di una certa responsabilità, ma accetto perché ero ormai in ritardo, così cerco di spiegare come fare ad aiutarmi. Mentre il mio compagno pare essere l’unico a cagarmi totalmente, il signor “cazzomene” sempre più scocciato continua a ribattere di voler fare a modo proprio, nasce così un ping pong di tentativi da cui ne usciamo sconfitti per sfinimento e lasciamo che a dirigere lo spostamento sia lui. Io mi aggrappo come posso alla carrozzina pregando di non aver affidato metà della stessa alle mani di un secondo Schettino. In tal caso, mea culpa. Approdo sull’autobus come una valigia nella stiva di un aereo e non facciamo in tempo a girarci per informare “cazzomene” dove saremmo scesi, che lo stesso era già sul sedile pronto a partire. Della serie : da qui in avanti non siete più un mio problema.
Purtroppo la ressa non mi ha permesso di raggiungere il posto invalidi e comunque la pulsantiera che serve anche ad indicare la richiesta di fermata non funzionava (forse non avrebbe funzionato neppure se mi fossi ancorata con la cintura di sicurezza che in genere attiva anche i comandi della pulsantiera, ma non lo sapremo mai).

Arrivata alla mia fermata, per la discesa abbiamo chiesto “l’aiuto del pubblico” e per fortuna un signore ed un ragazzo ci sono venuti in soccorso. Seguendo le mie direttive ho potuto toccare il suolo superando il grosso dislivello senza troppi sballottamenti. Sperando di non aver causato un’ernia ai soccorritori.

Questa non è una denuncia, ma un semplice racconto, un aneddoto da bar descritto con leggerezza per come è stato vissuto. In genere ho la fortuna di trovare autisti davvero molto gentili, ma il “cazzomene” di turno capiterà sempre. Ho la fortuna di avere un compagno stupendo dotato di umorismo ed ho la fortuna di essere io stessa orribilmente ironica. Non lascio spazio in questo post a toni pesanti e malumori. Conosco i disagi a cui i bipedi non funzionanti vengono costantemente esposti dal momento che faccio parte della categoria, ma (quando si può) è utile al fegato (secondo me) prenderla con “filosofia”.. “tutto è bene quel che finisce bene” senza incattivirsi troppo.

La vita è bella. Anche quella del signor “cazzomene”, credo.

mordor

Piccolo spazio pubblicità.

Una regola fondamentale del Marketing, per vendere è :

creare un bisogno”. E la pubblicità incita il pubblico verso la creazione di un bisogno, spesso indotto, per offrire poi la “soluzione” attraverso l’acquisto del prodotto presentato.

Detto questo, premesso che dalla pubblicità non si scappa a meno che non si decida di divenire eremiti sull’isola che non c’è, confesso di ritrovarmi sovente a guardare spot pubblicitari in tv con la stessa indole critica di Mara Maionchi di fronte ad un cantante.

Partiamo ad esempio dalla pubblicità del tonno Rio Mare, quella in cui Kevin Costner, doppiato da uno che ci crede davvero a quel che dice, non balla coi lupi dell’appennino, non fa la guardia del corpo di Papa Francesco, ma sceglie l’Italia perché, dice <<Avete una grande cucina e un grande tonno>>. Il. Tonno. In. Scatola. Ingrediente principale della dieta mediterranea per la quale vantiamo una certa fama mondiale. Perché hai scelto un faro, fronte mare, dove vivono i veri tonni, senza marca, senza olio? Perché hai scelto un faro del diametro di un grissino, che son sicura non taglierebbe quel cazzo di tonno neppure se ci crollasse sopra? Perchè?! Che per levarlo dalla latta devi fare leva con la forchetta e liberarlo a pezzi che poi sembra purè rosa nel piatto. Che minchia di bisogno stavi cercando di creare in me, pubblicitario, non lo so, ma la soluzione l’ho trovata cambiando canale.

Passiamo alle pubblicità mirate al pubblico femminile.

Ve lo dico, quelle degli assorbenti non le commento neppure più di tanto, perché implementano il prodotto, ogni tot, con nuove “tecnologie” mirate per lo più a migliorarne l’assorbenza e la verità è che presto diverremo tutte liofilizzate in attesa che la menopausa ci salvi.

Amando il mondo del make up, mi incuriosiscono molto gli spot a tema, tipo quelli dei mascara. Ce ne sono sempre di nuovi che promettono ciglia sempre più folte, definite, lunghe.. lunghe che ci si potrebbe fare anche il riporto sino alla fronte e danno a questi prodotti dei nomi che sono un chiaro rimando alla loro peculiarità :

Outrageous curl Dramatic – Absolute Volume – Iconic Overcurl – Cils d’Enfer ecc ecc.

Peccato però che le modelle, badate bene, non la Giuseppina del primo piano, ma le modelle acchittate che sensualmente giocano ammiccando con ‘sti nuovi ventagli sulle palpebre, ammicchino (le stronze) con delle ciglia finte addosso! Perché almeno il 90% delle pubblicità che riguardano i mascara e promettono risultati straordinari, usano modelle a cui appiccicano la falsità travestita da sguardo intenso. E grazie al cazzo allora!

Vogliamo poi parlare delle pubblicità degli shampoo? Io li ho provati tutti, sì, ci ho creduto al miraggio del capello riccio/mosso domato, folto e lucido, ma neppure le parrucchiere ci credono, tanto è vero che al momento della piega, con un impercettibile goccia di sudore ad imperlare la tempia, mi chiedono sempre molto speranzose “Li stiriamo vero?”. No! Tu adesso me li fai diventare come quelli di Afef Jnifen! E’ inutile che mi mostriate l’ennesima modella, che prima di lavarsi i capelli col vostro prodotto ha una cofana informe, crespa e una depressione galoppante scolpita in volto, e dopo diventa Rapunzel che al rallentatore schiaffeggia con la chioma anche il cameraman. Quelle sono extension pettinate probabilmente da Aldo Coppola che ha firmato un patto di segretezza!

Altra questione spinosa per noi donne è la depilazione. E qui gli spot si sbizzarriscono. Fanno i casting scegliendo delle Ermenegilde di bell’aspetto a cui passano la fiamma ossidrica dal mento in giù, così da renderle glabre, mettono loro in mano il rasoio che l’amica aveva casualmente in borsa, perché l’Ermenegilda di turno al mare s’è scordata di depilarsi (anche se è uscita di casa con shorts inguinali) e si simula la decapitazione di peli inesistenti. Stesso concetto per le creme depilatorie e gli epilatori. Vi odio. Vi meritate che il silk epil vi caschi in testa mentre è acceso e vi estirpi i capelli.

Un’altra pubblicità che mi mandava fuori di testa era quella del Viakal Plus con l’innocuo gattino della vicina dall’inguine vivace, che avventurandosi nell’appartamento accanto abitato da ragazzi, lasciava impronte sul piano di una cucina già di per sé lercia e che poi passava a strusciarsi nella vasca da bagno in preda ad evidenti convulsioni come ultimo tentativo estremo di scrostarsi via lo sporco della cucina. E del bagno stesso. Ma il problema era il gatto eh.

Ogni volta che pubblicizzano un prodotto del genere, mostrano ambienti trascurati che neppure il realismo degli effetti speciali del cinema arriva a tanto. Sporco ossidato da decenni, incrostazioni con colture di muffa di ogni tipo, ma UNA passata di spugna col prodotto giusto et voilà, cancellati anni di degrado. Ma vaffanculo va. Però fatemelo scrivere, vincerà sempre a mani basse, come peggior pubblicità di un prodotto per la pulizia di casa, quella dell’ACE Spray Mousse, dove regna palese il disagio di un’intera famiglia. Madre urlante in cucina che decanta le doti dello sgrassatore e padre in salotto che ribatte urlando anche lui IN RIMA. Il tutto in un cazzo di possibile 4 locali di merda, dove anche il figlio a cavallo di un triciclo, pedalando spaesato e penso pure sordo, si mette a strombettare per attirare l’attenzione dei genitori modello che non se lo cagano più da quando hanno adottato l’Ace Spray Mousse.

Potrei andare avanti ad oltranza perché di materiale su cui scrivere ce n’è tantissimo:

gente che va in giro con flaconi da 3 litri di detersivo per bucato in borsa che non si sa mai. Ruggeri che presta la voce per la Negroni ed ogni volta che canta “le stelle sono tante milioni di milioni..” nella mia testa, la canzone prosegue così : “non rompere i coglioni.. non rompere i coglioni”. Frasi a cazzo per la pubblicità del cono 5 stelle Sammontana e tante tante altre.

Ma prima di evaporare, uomini, toglietemi una curiosità.. a quante lame siamo arrivati sui vostri rasoi? Che ogni anno ne aggiungono una e di questo passo mi immagino che le testine ormai abbiano la dimensione di uno smartphone.

carosello