Occhi grandi come l’Africa

“ma oggi è la giornata degli arrabbiati?”

L’autista sembrava scocciatissimo mentre tirava giù la pedana per farmi salire,idem un passeggero che mi ha schivata guardandomi male,ed imprecando in arabo è sceso dal tram sul quale era appena salito,prima di me.

Scendiamo a piazza Argentina.

“No no,entra tu io resto quì”

“Sicura?”

“sì”

“vabè tanto ci metto tre minuti”

E così mi sono messa a lato della porta d’ingresso del negozio,ombrello in mano ad aspettare il mio compagno.

Poca gente per la strada e corso Buenos Aires sembrava anche più grande.Poco distante da me c’era un ragazzo di colore seduto a terra,con la schiena rivolta verso il bordo del marciapiede.Se ne stava gambe aderenti al petto,braccia attorno alle gambe e mento appoggiato alle ginocchia.Dietro di lui un auto.Davanti ai suoi piedi un contenitore di plastica.Vuoto.Indossava un maglione nero consunto ed il pantalone di una tuta che aveva tutta l’aria di non essere un nuovo acquisto.Le persone gli passavano accanto senza guardarlo e lui non faceva proprio nulla per farsi notare.Io guardavo lui e poi le mie gambe,poi di nuovo lui e di nuovo le mie gambe.Un ping pong impacciato fatto di sguardi e pensieri che si è concluso quando mi sono accorta che mi stava fissando con due occhi grandi come l’Africa.Poi ha alzato appena appena una mano per salutarmi.Un gesto quasi timido.Ho ricambiato il saluto e gli ho sorriso prima di decidere che non stava bene fissare,così ho ripreso a guardare le mie gambe,impacciata.Subito dopo ha iniziato a piovere,ho alzato la testa,occhi a fessura mentre le gocce mi cadevano sulla faccia ed ho pensato che però avevo un ombrello.Sì,ma ce l’avevo io.Che quel ragazzo un ombrello non ce l’aveva e chissà quanto altro non aveva e che “Giugno 2016 faceva schifo” e non si dovrebbero indossare maglioni a Giugno.Ero molto arrabbiata con Giugno che ci stava piovendo addosso e insomma ho pensato a tutto questo e pure che “ora vado lì da lui,apro l’ombrello e lo riparo un attimo,mica mi prenderà per pazza..sì dai vado” ma non ho fatto in tempo a trasformare il pensiero in azione che ho visto quel ragazzo alzarsi e venire lentamente verso di me, per poi indicare la carrozzina e la tettoia che avevo alle spalle,oltrepassarmi e tirarmi piano piano al riparo.In genere mi sarebbe partita una pettinatura da super saiyan con incazzo ed onde d’urto perchè non amo essere spostata tipo soprammobile e senza alcun permesso,ma “occhi grandi come l’Africa” non aveva fatto altro che scomodarsi per essere gentile quindi l’ho ringraziato invitandolo a stare lì con me invece di tornare sotto la pioggia come stava per fare.Mi ha risposto in inglese,dicendomi che non sapeva parlare bene in italiano e “Do you speak english?”

Porca merda.

L’inglese è una lingua che tutto sommato capisco,ma che il mio cervello si rifiuta di incamerare ed elaborare per bene,la mia bocca lo sa che non sono pronta e difatti mi lascia dire poco.

Così gli ho detto la verità,che faccio schifo a parlare in inglese e lui sorridendo mi ha salutato con un “Don’t worry” tornando a sedersi accanto al contenitore vuoto.Sotto la pioggia.

Tristezza.Potevo vederlo chiaramente,un pezzo del mio cuore era già seduto accanto a lui,mentre il resto di me stava impotente sotto una tettoia ad aspettare che il proprio compagno uscisse dal negozio.

Cosa potevo fare per quel ragazzo con gli occhi grandi come l’Africa?

D’istinto ho preso tra le dita una banconota che tenevo nella pochette adagiata sulle gambe.L’ho tenuta stretta,senza estrarla.

Il negozio a cui mi ero accostata,nel frattempo ha risputato fuori il mio compagno che non aveva trovato l’oggetto che cercava.Lui l’inglese lo sa parlare bene,mica come me che mi imbarazzo e così gli ho spiegato la situazione e gli ho chiesto di farmi da interprete.Siamo andati da quel ragazzo con gli occhi grandi come l’Africa,stava a pochi metri e aperta la pochette ho preso la banconota che stringevo poco prima e gliel’ho consegnata senza pensarci due volte.Mi ha guardata un attimo prima di prenderla e poi mi ha detto “grazie”.In italiano.Forse l’unica o una delle poche parole che aveva imparato stando quì e forse da poco.La pioggia intanto continuava a scendere.

“Per favore amo,digli di non restare quì sotto la pioggia”. Nel frattempo il mio compagno copriva entrambi con l’ombrello e riportava a lui la traduzione delle mie parole.

“What’s your name?”

“Mavis”

Mavis,che bellissimo nome.

Cercava un lavoro,solo un lavoro e mentre ce lo diceva sono passati due ragazzi di colore che vedendo Mavis seduto a terra ed immaginandolo forse in difficoltà gli hanno detto di andare in stazione centrale.

Il mio compagno gli ha spiegato quindi dove sarebbe dovuto andare per ricevere assistenza ed io pensavo “mondo ladro,se potessi ti darei pasti caldi e un posto per dormire,dove chiudere gli occhi al sicuro..”.Mi sentivo una merda.Una merda impotente.Devo scriverlo.

“Good luck”

E siamo andati via mentre lui si riparava sotto al balcone di uno dei tanti appartamenti che formano i palazzi di corso Buenos Aires.

“Senti voglio prendere un ombrello a Mavis.”

Poco più avanti c’era Tiger e siamo entrati.L’ombrello l’ho comprato,ma quando siamo usciti Mavis non c’era più.Siamo rimasti fermi sotto ad un balcone per un bel po’ aspettando smettesse di piovere forte.Continuavo a guardarmi attorno speranzosa di vedere “occhi grandi come l’Africa” da qualche parte,ma di lui non c’era traccia.L’ho immaginato mangiarsi un panino in un fast food,al coperto ed al riparo dal mondo,almeno per un attimo.L’ho sperato.

 

Mavis

2E su Youtube

 

 

Abbiamo aperto un canale Youtube : 2E
Quando ci sarà possibile inseriremo video di dubbio gusto,seri,ironici, quindi se vi va di seguirci iscrivetevi al canale e se i video vi piaceranno condivideteli.
Buona visione,per i pop corn ci stiamo attrezzando. Grazie E+E

La “Legge del buon senso”.

“Ti va di andare al cinema a vedere un film cretino?” “Sì dai.”

Data : 14/02/2016 ore 16:35

Location : Bicocca Village / Ucicinemas Milano

Film cretino : Zoolander 2

Sala : 16

Posti : 24 fila G per lui. Angolo recintato del castigo per lei.

Prezzi del biglietto : 7,50 ridotto senior per lui.Omaggio disabile per lei.

Disposizione posti secondo piantina del sito :

Ucicinemas

Reperto fotografico 1

(immagine presa su simulazione acquisto biglietto online di un ipotetico spettacolo del giorno dopo la vicenda.)

 

Ora,amici della giuria,come potete ben vedere dal Reperto fotografico 1, i posti cerchiati in rosso corrispondono esattamente a quelli a noi assegnati.Sono chiaramente,palesemente disposti uno accanto all’altro in questa immagine.Sul sito viene specificato che il posto dedicato al disabile non prevede la poltrona,ma poco importa,penso,starò sulla mia carrozzina accanto al mio ragazzo.E invece NO amici della giuria.Vi mostro tramite altri reperti fotografici ciò che ci siamo trovati di fronte una volta avuto accesso alla sala 16:

Gabbia per l’espiazione delle colpe e del castigo per me

IMG_1840

Limitare esterno della Gabbia,ampio gradino e posto 24 Fila G per Ridotto Senior/accompagnatore aka fidanzato.IMG_1843

Cari amici della giuria,sebbene non avessi certo intenzione di praticare del sesso selvaggio in luogo pubblico,avrei quantomeno gradito godermi la proiezione di quel discutibile film senza dover salutare il mio compagno da lontano con un fazzoletto bianco,chiedendogli urlando di tirarmi i pop corn uno alla volta come fossimo allo zoo.E’ forse chiedere troppo voler assistere ad una proiezione accanto al proprio compagno?Avrebbe avuto più intimità con la bevanda nel porta bibite che con la sottoscritta confinata in piccionaia.Quindi in barba alle regole,di comune accordo abbiamo deciso di occupare due posti a sedere liberi da prenotazione.Ad ogni modo,incazzata come la giugulare di Pappalardo durante una canzone,una volta arrivata a casa,ho poi deciso di scrivere due righe da vera ribelle poichè VERBA VOLANT,SCRIPTA MANENT.A voi il botta e risposta :

rispostauci

Amici della giuria faccio appello al vostro buon senso e vi domando,sebbene macchiati di colpa e con insurrezione nell’anima abbiamo occupato abusivamente due posti non assegnati,potete darci forse torto?

Io non so se queste autorità competenti siano competenti davvero,che sembra che se un disabile va a vedersi un film in questa sala arriva l’apocalisse  e quindi è meglio per il suo bene ghettizzarlo,quando la realtà è che sarebbe di intralcio e basta.La verità numero due è che gli passereste tutti sopra calpestandolo e fanculo.

Ad ogni modo,fossi in voi BIPEDI FUNZIONANTI,se vedessi un disabile in sala durante la proiezione di un film,mi toccherei e farei gli scongiuri.A quanto pare,incendi,black out,apocalissi,invasioni aliene e la venuta del messia incazzato sono cose solite accadere quando una sedia a rotelle varca le sale cinematografiche.

“Sa di nonnine”.

 

 

Stavo facendo la doccia quando ho versato il docciaschiuma sulla spugna. Talco ed Iris.

Sa di nonnine” ho pensato assorbendone l’aroma. Sa di un tempo sospeso, di quando a casa di nonna, mi fermavo davanti alla porta finestra della sua camera da letto a guardare nel silenzio il pulviscolo danzare illuminato dai raggi del sole che puntavano verso il pavimento come fiocine. E respiravo il profumo della biancheria ricamata e riposta in una vecchia cassettiera di legno scuro laccato di cui aprivo sempre il primo cassetto. La biancheria era quella pesante, del corredo buono, quella che non veniva mai usata ma che era lì a testimonianza di un lascito molto importante : la tradizione. “Sa di nonnine” come il talco riposto dentro al cofanetto in ceramica che stava sulla toeletta per il trucco nel corridoio. Avevo forse 6 anni, mi sedevo sullo sgabello e passavo le dita sul vetro che ricopriva il freddo marmo, ne seguivo le venature bianche poi prendevo il pettine e guardandomi allo specchio sistemavo i ricci fingendo di essere una ragazza “grande”. Approfittavo dei momenti in cui venivo lasciata sola in casa per aprire i cassetti dei mobili in cucina e mi godevo nel silenzio intervallato dal canto delle cicale, la scoperta di piccoli tesori. Amavo quei brevi attimi di isolamento in cui potevo trasgredire agli ordini di mamma sullo stare composta, sul fare e soprattutto non fare questo e quell’altro. Avevo come la sensazione che d’improvviso tutta la casa diventasse più tangibile e potessi finalmente conoscere i segreti che nonna celava dentro ai mobili.

Anche alcune amiche di nonna sapevano di talco e iris, lo sentivo quando si chinavano per baciarmi e mi prendevano le guance con le loro mani molli e lisce.

Ricordo anche di quella volta che andai a trovare zia Angelina, che non era davvero mia zia, ma la chiamavo così perchè così la chiamavano tutti. Abitava a pochi metri da nonna, la porticina in legno era aperta e dentro era un pò buio. Alcune signore stavano fuori, parate lungo il muro, erano vestite di nero e parlavano a bassa voce. Entrando vidi altre signore, anche queste vestite di nero come pinguini col velo e facendomi largo trovai la nonna e poi zia Angelina. Zia Angelina era distesa sul grosso letto in ferro battuto e quattro ceri più alti di me ne delimitavano gli angoli, zia stava con le mani raccolte come se pregasse e teneva gli occhi chiusi. Era minuta, immobile e non mi sembrava morta, ma solo perchè non sapevo ancora bene cosa fosse la morte. Nonna mi prese per mano e mi disse che non era posto per me quello, che l’anima di zia era salita in cielo. Volevo dare un bacio a zia, ma nonna mi disse di non toccarla “che i morti si prendono l’anima tua innocente” allora io un pò per sfida e un pò perchè non ci credevo, toccai un piede di zia Angelina prima di uscire da casa sua. Anche zia  sapeva di talco e iris, come questi ricordi.

Ogni tanto sento ancora quello stesso profumo nelle sale d’attesa degli ospedali, quando qualche nonnina mi passa accanto.

Sono rimasta sotto la doccia a pensare per qualche minuto. In 36 anni i miei pensieri hanno fatto più strada delle mie gambe ormai ferme e anche quando le gambe correvano veloci, i miei pensieri correvano di più e non sempre andavano nella stessa direzione delle gambe, così capitava che un profumo sentito per strada diventasse un pensiero e che questo afferrasse un ricordo dal cuore, mentre le gambe mi portavano da qualche parte, ma sempre troppo lontano da quello che vivevo dentro di me che a volte sapeva di talco e iris.

 

nonnine

Pianoforte.

Cinema Paradiso – Ennio Morricone

Le stelle imperlano il cielo trasudando luce pura.Sembra quasi primavera qui sulla terra mentre la luna infiamma la falce marchiando il cobalto.Che spettacolo la solitudine stasera.L’aria s’è svegliata facendosi appena frizzante quando il sole è colato lento come tuorlo d’uovo sulla città, coprendo d’oro cemento e alberi,rendendo la metropoli densa,corposa.Hanno marciato i colori caldi,gocciolando come tempera lungo la linea dell’orizzonte,carezzata come farebbe lo strascico dell’abito di una sposa che passando dipinge il crepuscolo.

Ed ho visto il giorno congiungersi con la notte,ho socchiuso gli occhi di fronte al presente e sono andata via da lì.Una tazza fumante di cioccolata calda,la coperta di ciniglia ad abbracciarmi e la lanterna bianca,posata sul grazioso tavolo in legno decorato a rischiarare il patio.Tutt’attorno srotolo manti d’erba che collimano con l’infinità di un cielo buono,mentre a guardarmi le spalle c’è la sicurezza di una dimora dall’architettura semplice,intervallata da finestroni curiosi come occhi e fissi sul mio sogno. Che spettacolo la solitudine stasera.Che sa di primavera e mi confonde un pò.

 

sogno patio

Speriamo non piova.

Alla fine ho parlato sempre io mentre tu mi guardavi distrattamente.Cioé mi cagavi a metà come faccio io stessa quando mi tollero appena.Però se torni sempre ad ascoltarmi e non scagazzi pur sapendo (perché te l’ho detto) che quelli come te mi fanno paura da quando in Duomo mi avete beccato anche i pensieri oltre al mangime,allora un po’ ti piaccio.Che te lo dico sempre quando sei inquieto “non ti faccio niente, è un accendino ma serve a me” “è un telefono che scatta foto,mettiti in posa,diventa tondino e mostra l’occhio” e tu sembri capirmi,ti calmi e ti fai tondino accucciandoti come se dovessi farla.Ma non la fai.Hai questi occhietti che sembrano due cabochon di vetro dipinti d’arancio e nero,ali sale e pepe e un becco che pare un miscelatore.Chi sono io per dire che sei brutto? E voli e vedi cose vedi case vedi in modi che a me capita solo in sogno ma poi finisce che mi sveglio prima di schiantarmi.Ma te domani a che ora passi? Speriamo non piova.Ciao.

piccione

…allora è una favola vera.

Ospedale,sala d’attesa:
Bimba: “ciao”
“ciao”
silenzio.Punta un piedino e si dondola mentre guarda i raggi della ruota della carrozzina.
Bimba: “come ti chiami?”
“Emy”
silenzio.Tiene in mano un pupazzo a forma di stellina.Conta i raggi della ruota.Si accovaccia per contarli tutti e poi si tira su.Punta di nuovo il piedino e dondola mentre mi sorride.
Bimba : “questa è la mia stellina e dorme con me”
“beata te,io dormo col telecomando della televisione incastrato nelle costole”
Bimba : “hai paura del buio anche te?”
“no,anzi a volte sì”
Bimba : “la mamma mi accende la lucetta della notte”
“anche gli angeli,ma quelli piccoli come te accendono le lucette di notte”
Bimba : “Daaaaavvverooo?”
“sì,le stelle sono le lucette della notte degli angeli piccoli che hanno paura del buio”
silenzio.Mi mette il pupazzo stellina sulle gambe e socchiude gli occhi pensierosa.
“poi quando non hanno più paura liberano la loro stella lucetta nel cielo.”
Bimba : “ahhhh come le stelle cadute!!”
“sì,le stelle cadenti.”
Bimba : “ma è una favola?”
“tu ci credi alle favole?”
Bimba : “secondo me sì”
“allora è una favola vera.”

 

little twin star