Occhi grandi come l’Africa

“ma oggi è la giornata degli arrabbiati?”

L’autista sembrava scocciatissimo mentre tirava giù la pedana per farmi salire,idem un passeggero che mi ha schivata guardandomi male,ed imprecando in arabo è sceso dal tram sul quale era appena salito,prima di me.

Scendiamo a piazza Argentina.

“No no,entra tu io resto quì”

“Sicura?”

“sì”

“vabè tanto ci metto tre minuti”

E così mi sono messa a lato della porta d’ingresso del negozio,ombrello in mano ad aspettare il mio compagno.

Poca gente per la strada e corso Buenos Aires sembrava anche più grande.Poco distante da me c’era un ragazzo di colore seduto a terra,con la schiena rivolta verso il bordo del marciapiede.Se ne stava gambe aderenti al petto,braccia attorno alle gambe e mento appoggiato alle ginocchia.Dietro di lui un auto.Davanti ai suoi piedi un contenitore di plastica.Vuoto.Indossava un maglione nero consunto ed il pantalone di una tuta che aveva tutta l’aria di non essere un nuovo acquisto.Le persone gli passavano accanto senza guardarlo e lui non faceva proprio nulla per farsi notare.Io guardavo lui e poi le mie gambe,poi di nuovo lui e di nuovo le mie gambe.Un ping pong impacciato fatto di sguardi e pensieri che si è concluso quando mi sono accorta che mi stava fissando con due occhi grandi come l’Africa.Poi ha alzato appena appena una mano per salutarmi.Un gesto quasi timido.Ho ricambiato il saluto e gli ho sorriso prima di decidere che non stava bene fissare,così ho ripreso a guardare le mie gambe,impacciata.Subito dopo ha iniziato a piovere,ho alzato la testa,occhi a fessura mentre le gocce mi cadevano sulla faccia ed ho pensato che però avevo un ombrello.Sì,ma ce l’avevo io.Che quel ragazzo un ombrello non ce l’aveva e chissà quanto altro non aveva e che “Giugno 2016 faceva schifo” e non si dovrebbero indossare maglioni a Giugno.Ero molto arrabbiata con Giugno che ci stava piovendo addosso e insomma ho pensato a tutto questo e pure che “ora vado lì da lui,apro l’ombrello e lo riparo un attimo,mica mi prenderà per pazza..sì dai vado” ma non ho fatto in tempo a trasformare il pensiero in azione che ho visto quel ragazzo alzarsi e venire lentamente verso di me, per poi indicare la carrozzina e la tettoia che avevo alle spalle,oltrepassarmi e tirarmi piano piano al riparo.In genere mi sarebbe partita una pettinatura da super saiyan con incazzo ed onde d’urto perchè non amo essere spostata tipo soprammobile e senza alcun permesso,ma “occhi grandi come l’Africa” non aveva fatto altro che scomodarsi per essere gentile quindi l’ho ringraziato invitandolo a stare lì con me invece di tornare sotto la pioggia come stava per fare.Mi ha risposto in inglese,dicendomi che non sapeva parlare bene in italiano e “Do you speak english?”

Porca merda.

L’inglese è una lingua che tutto sommato capisco,ma che il mio cervello si rifiuta di incamerare ed elaborare per bene,la mia bocca lo sa che non sono pronta e difatti mi lascia dire poco.

Così gli ho detto la verità,che faccio schifo a parlare in inglese e lui sorridendo mi ha salutato con un “Don’t worry” tornando a sedersi accanto al contenitore vuoto.Sotto la pioggia.

Tristezza.Potevo vederlo chiaramente,un pezzo del mio cuore era già seduto accanto a lui,mentre il resto di me stava impotente sotto una tettoia ad aspettare che il proprio compagno uscisse dal negozio.

Cosa potevo fare per quel ragazzo con gli occhi grandi come l’Africa?

D’istinto ho preso tra le dita una banconota che tenevo nella pochette adagiata sulle gambe.L’ho tenuta stretta,senza estrarla.

Il negozio a cui mi ero accostata,nel frattempo ha risputato fuori il mio compagno che non aveva trovato l’oggetto che cercava.Lui l’inglese lo sa parlare bene,mica come me che mi imbarazzo e così gli ho spiegato la situazione e gli ho chiesto di farmi da interprete.Siamo andati da quel ragazzo con gli occhi grandi come l’Africa,stava a pochi metri e aperta la pochette ho preso la banconota che stringevo poco prima e gliel’ho consegnata senza pensarci due volte.Mi ha guardata un attimo prima di prenderla e poi mi ha detto “grazie”.In italiano.Forse l’unica o una delle poche parole che aveva imparato stando quì e forse da poco.La pioggia intanto continuava a scendere.

“Per favore amo,digli di non restare quì sotto la pioggia”. Nel frattempo il mio compagno copriva entrambi con l’ombrello e riportava a lui la traduzione delle mie parole.

“What’s your name?”

“Mavis”

Mavis,che bellissimo nome.

Cercava un lavoro,solo un lavoro e mentre ce lo diceva sono passati due ragazzi di colore che vedendo Mavis seduto a terra ed immaginandolo forse in difficoltà gli hanno detto di andare in stazione centrale.

Il mio compagno gli ha spiegato quindi dove sarebbe dovuto andare per ricevere assistenza ed io pensavo “mondo ladro,se potessi ti darei pasti caldi e un posto per dormire,dove chiudere gli occhi al sicuro..”.Mi sentivo una merda.Una merda impotente.Devo scriverlo.

“Good luck”

E siamo andati via mentre lui si riparava sotto al balcone di uno dei tanti appartamenti che formano i palazzi di corso Buenos Aires.

“Senti voglio prendere un ombrello a Mavis.”

Poco più avanti c’era Tiger e siamo entrati.L’ombrello l’ho comprato,ma quando siamo usciti Mavis non c’era più.Siamo rimasti fermi sotto ad un balcone per un bel po’ aspettando smettesse di piovere forte.Continuavo a guardarmi attorno speranzosa di vedere “occhi grandi come l’Africa” da qualche parte,ma di lui non c’era traccia.L’ho immaginato mangiarsi un panino in un fast food,al coperto ed al riparo dal mondo,almeno per un attimo.L’ho sperato.

 

Mavis

Pianoforte.

Cinema Paradiso – Ennio Morricone

Le stelle imperlano il cielo trasudando luce pura.Sembra quasi primavera qui sulla terra mentre la luna infiamma la falce marchiando il cobalto.Che spettacolo la solitudine stasera.L’aria s’è svegliata facendosi appena frizzante quando il sole è colato lento come tuorlo d’uovo sulla città, coprendo d’oro cemento e alberi,rendendo la metropoli densa,corposa.Hanno marciato i colori caldi,gocciolando come tempera lungo la linea dell’orizzonte,carezzata come farebbe lo strascico dell’abito di una sposa che passando dipinge il crepuscolo.

Ed ho visto il giorno congiungersi con la notte,ho socchiuso gli occhi di fronte al presente e sono andata via da lì.Una tazza fumante di cioccolata calda,la coperta di ciniglia ad abbracciarmi e la lanterna bianca,posata sul grazioso tavolo in legno decorato a rischiarare il patio.Tutt’attorno srotolo manti d’erba che collimano con l’infinità di un cielo buono,mentre a guardarmi le spalle c’è la sicurezza di una dimora dall’architettura semplice,intervallata da finestroni curiosi come occhi e fissi sul mio sogno. Che spettacolo la solitudine stasera.Che sa di primavera e mi confonde un pò.

 

sogno patio

Speriamo non piova.

Alla fine ho parlato sempre io mentre tu mi guardavi distrattamente.Cioé mi cagavi a metà come faccio io stessa quando mi tollero appena.Però se torni sempre ad ascoltarmi e non scagazzi pur sapendo (perché te l’ho detto) che quelli come te mi fanno paura da quando in Duomo mi avete beccato anche i pensieri oltre al mangime,allora un po’ ti piaccio.Che te lo dico sempre quando sei inquieto “non ti faccio niente, è un accendino ma serve a me” “è un telefono che scatta foto,mettiti in posa,diventa tondino e mostra l’occhio” e tu sembri capirmi,ti calmi e ti fai tondino accucciandoti come se dovessi farla.Ma non la fai.Hai questi occhietti che sembrano due cabochon di vetro dipinti d’arancio e nero,ali sale e pepe e un becco che pare un miscelatore.Chi sono io per dire che sei brutto? E voli e vedi cose vedi case vedi in modi che a me capita solo in sogno ma poi finisce che mi sveglio prima di schiantarmi.Ma te domani a che ora passi? Speriamo non piova.Ciao.

piccione

Lettera aperta a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale

è la prima volta che ti scrivo.Tu non mi conosci,ma le tue renne forse sì perchè credo mi abbiano cagato addosso parecchi anni fa,mentre sorvolavate il giardino di casa mia il 24 notte.Non ho altre spiegazioni,perchè quello fu davvero un Natale di merda.Da allora,infatti,per precauzione passo la notte della vigilia barricata in casa.Tu non mi conosci caro Babbo e lo so da quando,abbinando il terribile gusto dei regali ricevuti all’inesistente senso estetico dei pacchetti confezionati male,ho scoperto che avevi assunto i miei genitori.Lo capisco,siamo in tanti su questo pianeta ed è per questo che non ti serbo rancore.Volevo dirti però,che i miei genitori devono essersi licenziati subito dopo l’amara scoperta.Te lo faccio presente nel caso avessero continuato a percepire il “fondo regali” che presumo tu metta ancora a disposizione per ogni bambino.Fondo che nel mio caso doveva essere davvero esiguo.

Caro Babbo,ho smesso di essere una bambina a tempo pieno,ma conservo ancora il buono di quegli anni e questo buono è come un paio di occhiali che una volta indossati mi permettono di tornare a vedere tutto in un altro modo,un modo bellissimo.Tranne le cimici.Quando avevo il cuore miope per la troppa sofferenza è lì che ho posato gli occhiali ed ho trovato qualche colore anche tra gli scarabocchi neri che i dottori facevano sui tanti fogli che andavano ad ingrassare la mia cartella clinica.La mia cartella clinica oggi è obesa.

Devo confessarti però,caro Babbo,che per vedere i colori,quelli belli anche nella cacca delle tue renne,ci ho messo tanto.E l’odore di cacca mi resterà per sempre addosso,che non so cosa mangino ‘ste renne,ma il resto,quello solido,l’ho usato per concimare i pensieri brutti che ora sono fioriti.Magari non proprio tutti,qualcuno è diventato un cactus.

Ad ogni modo,caro Babbino Natale a cui non serbo rancore,sappi che ho sempre tifato per te anche quando i miei compagni di asilo dicevano che i doni li avrebbe portati Gesù Bambino.Io dicevo loro che non era possibile,che un bambino mica può portare tutti quei pacchi,ma Alessio all’epoca mi disse che forse Gesù si faceva aiutare dai Re Magi che erano ricchi e si erano comprati mille cammelli.Ecco.Di sicuro avrebbero trovato il modo di cagarmi addosso anche loro.

Ma torniamo a noi mio caro Babbo,prima che i cinesi ti clonino vorrei tanto tu mi facessi un regalo.Che se per una volta potessi ricevere quello che voglio realmente,te ne sarei immensamente grata.

Caro Babbo vorrei poter vivere in un mondo senza barriere architettoniche,un mondo dove gli omini che si occupano di accessibilità capiscano prima cosa voglia dire disabilità e non giochino a tetris con rampe e gradini.Che mettano ascensori dove servono e pure dove non servono che poi magari va a finire che servono.Che facciano in modo di rendere fruibili a tutti anche i mezzi pubblici e se ci scappa pure le spiagge,che persino gli ombrelloni stanno quasi in riva al mare e noi in carrozzina invece,come pedine di dama,affondiamo nella sabbia e di salato ci restano le lacrime.Che rendessero sicuri i marciapiedi,come quelli vicino Macy’s,belli larghi,in piano e luccicanti,invece di farci crescere gli alberi in mezzo,metterci pali,bidoni,dimenticandosi poi discese e salite,che ogni volta che esco di casa mi sembra di stare in un videogioco impostato su very hard e di vita ne ho una sola.

E poi caro Babbo,un favore lo chiedo alle tue renne che in fondo me lo devono.Glassate di cacca le macchine di quelli che occupano i parcheggi a noi riservati,pure quelle che sostano davanti alle rampe. “Sono qui da solo 5 minuti” dicono sempre i bipedi (funzionanti) automobilisti,ma io a rigargli la macchina ci metterei meno.

In ultimo caro Babbo,magari in combo con la Befana che potrebbe portare loro dell’antrace nascosta nel carbone,ricorda al nostro caro Governo di sarti e sartine,che i continui tagli sulla sanità ci stanno rendendo sempre meno “pazienti” e la salute,quando manca,non si dovrebbe comprare.

So di averti chiesto troppo caro Babbo,più che un dono un miracolo e forse dovrei scrivere a Gesù bambino,ma Alessio disse all’epoca che Gesù mica sa leggere,parlare e neppure scrivere,altrimenti avrebbe fatto sapere ai Re Magi che preferiva altri regali,quindi sarebbe stata la Madonna ad occuparsi delle nostre letterine che poi avrebbe passato a Dio che ci avrebbe comprato i regali nel negozio degli angeli e li avrebbe posati nei sacchi da mettere sui mille cammelli dei Re Magi.Mi fido più delle poste italiane che della storia di Alessio,ad ogni modo chiedo a te questo regalo,ti affido le mie speranze.Torno ad indossare gli occhiali.Tu non parcheggiare la slitta nei posti riservati,mi raccomando.

 

 

Buone Natale cari viandanti della rete,buon Natale a voi,ai vostri cari,ai piccini e pelosetti.Buon Natale ai ricordi,al posto in tavola vuoto,a quello occupato nel cuore.Buon Natale a chi decide ogni giorno di fare la differenza,per sé o per gli altri.Buon Natale alle favole,alla magia,ai camini accesi e alle pance piene.Buon Natale anche quelle vuote che sempre si nutrono di speranza.Buon Natale al cielo,alla terra,alla musica e ai libri.Alle cimici no.

Buon Natale a te.

dear santa

What Else?

Capello bianco.

Mestizia.

E così,ieri mattina,sono diventata grande. Vintage per la precisione. E dopo una rapida presa di coscienza davanti allo specchio che mi restituiva l’immagine moderna dell’urlo di Munch, mi sono passati in slow motion davanti agli occhi, tutti i momenti più belli della mia giovinezza che mi salutava per sempre. Quando essere piccoli rendeva immuni dalle responsabilità, quando essere piccoli significava avere una sola priorità : giocare, giocare a tutto, con tutto, anche con le caccole del naso e non da fermi ad un semaforo. Quando essere piccoli significava addormentarsi sul divano e svegliarsi nel proprio letto. Quando essere piccoli era pure una rottura di palle perchè nessuno ti prendeva mai troppo sul serio, specie sulla gravissima questione dei mostri sotto al letto o quelli nell’armadio. Quando essere piccoli voleva dire non pettinarsi. Quando essere meno piccoli significava motorino, feste, birra , sigarette fumate di nascosto, rimmel, discoteca e cazziatoni epici con castighi tali che se non ti chiamavi Rapunzel, ma abitavi ai piani alti, però non avevi trecce da gettare dal balcone per fare imbucare le tue amiche in camera.. erano cavoli tuoi. Ed erano gli anni della lacca, dei ciuffi alti fino al buco dell’ozono.

Ora che ci penso, quando ero piccola (long long time ago.. ) dimostravo più o meno 10 anni di più,  e solo verso i 20 anni è scattato un graduale processo inverso. Sono Benjamin Button. Te piacess’ (come direbbero a Bergamo Alta).Mai una gioia.

E invece questo esile capello bianco fluo mi comunica che sono Vintage. Prossima al titolo di supervisore capo dei cantieri di Milano assieme a qualche altro sottoposto “senior”.

Sono Vintage dunque e presto mi brizzolerò come Clooney .. What else?!

Non oso immaginare come reagirò alla prima ruga seria.

Ok.Non sono Benj-Emy Button.

Ed in effetti nell’ultimo selfie in cui avevo venduto l’anima all’Iphone in cambio dell’eterna giovinezza, ero venuta particolarmente di merda tanto che ho dovuto usare il filtro Medjugorje + luci di Barbara D’Urso e già  questo avrebbe dovuto farmi capire tante cose.

Tinta. Metterò una bugia colorata sui capelli. Una bugia che rimanderà di almeno circa 1 mese la consapevolezza che il tempo passa, anche sul nostro cadavere.

Mestizia.

ahah

Emozioni.

Più volte, negli anni mi è stato detto e scritto da chi mi legge che sarei riuscita ad emozionare anche attraverso una semplice lista della spesa, così ho deciso di pubblicarne una. In genere le perdo durante il tragitto che va da casa al supermercato e la cosa mi rattrista e mi fa vergognare anche, un pò perché impiego del tempo a prepararle e un po’ perché “che figura dimmerda” faccio se vengono lette. Che le mie mica sono semplici liste scritte di corsa usando solo consonanti tipo codice fiscale per abbreviare, no. Io mentre annoto con scrupolo le cose che devo comprare subisco uno sdoppiamento ed alla fine la lista la scrivono Pancia e Ragione. Emozionatevi.

lista spesa Emy

Mai stata baciata (dalla fortuna)

Avete presente quelle commedie in cui la protagonista di solito è una studentessa goffa, sgraziata, anche un po’ sfigata però intelligente (caratteristica che aggiunge alla già crudele lista degli aggettivi anche l’onta della vergogna )?

Quelle in cui il brutto anatroccolo diventa cigno, il bruco diventa farfalla e con un battito di ciglia finte d’ali provoca un uragano nel cuore del ragazzo di cui è segretamente innamorata da quando era ancora un gollum?

Quelle commedie in cui il lieto fine si consuma come un riscatto e “cenerentola”, dopo un attento restyling ad opera di amiche a cui la Fata Madrina può solo spicciare casa, sale di diritto in cima alla piramide di gradimento ormonale di tutto il cast maschile del film, gay compresi.

Insomma avete presente quelle commedie lì? Bene. Ora leviamo il restyling, il riscatto, il lieto fine, le ciglia finte, la cima della piramide ed otterremo la protagonista di questa storia.

Già alle elementari capii che essere carine rendeva tutto più “facile”.

Le poche fortunate (non so secondo quale strana legge cosmica, Dio ne distribuisse sempre al massimo 3 per classe) potevano vantare privilegi quali : spasimante porta zaino, innamorato presta gomma, matita e dignità sempre al servizio, la vittoria assicurata a Palla Prigioniera, esenzione da scherzi e battutine, bigliettini con sentitissime dichiarazioni d’amore : “ti vuoi mettere con me. Si. No. Forse.” barra la casellina. Caramelle gratis, inviti a compleanni, adorazione e rispetto da parte dell’intera classe, maestre comprese.

Per quasi tutte le atre bambine, invece, gli anni delle elementari sarebbero stati duri come il servizio di leva e tra queste anche la sottoscritta. Capelli mossi a scodella, corporatura da mangiatrice di merende delle 16.oo in compagnia di Bim Bum Bam, gusto nell’abbigliarsi tipicamente arlecchiniano con una punta di “mi vesto al buio” ulteriormente aggravata dal pessimo gusto di una mamma tanto pratica quanto poco conscia del fatto che dei fuseaux viola accostati ad una t shirt rossa fossero un abominio. Posa da Mastrolindo nelle foto di classe e sorriso di circostanza. Io, chiaramente, tutti quei privilegi non li avrei mai avuti. Mai.

Ero un maschiaccio, ma sensibile all’estremo e bravissima a nasconderlo. Le prime fratture di cuore avvennero tra quelle mura adorne di cartine geografiche dove vivevo da sola nella terra di nessuno per diventare forte quando finivo la Coccoina con cui tenevo unito il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Alle scuole medie non ci arrivai impreparata, ma spaesata. Ad ogni modo avete presente la carta da parati? Passai i primi mesi a fare la colla della carta da parati, che è ancora peggio. E da dietro il velo guardavo tutte le ragazzine, quelle belle e fortunate vivere con facilità il gruppo, la classe, la scuola.

I capelli erano cresciuti, alla corporatura da mangiatrice di merendine si erano solo aggiunte le tette ed i vestiti avevano via via perso colore e quando capii che il nero snelliva, il mio armadio andò in lutto definitivamente.

Quelle carine avevano tresche con quelli popolari e durante l’intervallo camminavano assieme mano nella mano, lingua contro lingua creando il vuoto attorno, mentre il resto di noi comparse faceva da sfondo. Io leggevo distrattamente i Cioè delle amiche e un po’ mi deprimevo perché Cioè faceva davvero cagare e un po’ perché il vuoto che avevo attorno era diverso e D non mi avrebbe mai presa in considerazione. Quanto cacchio era bello D?! Beh a ripensarci oggi davvero poco, ma all’epoca lo trovavo stupendo. Lui stava nella sezione H, era uno forte ed io nella C e non ero nessuno, avevamo pochi contatti in comune e uno di questi doveva essersela cantata alla grande, perché D venne a sapere che gli sbavavo dietro come un mastino, così un giorno mandò un suo amico a dirmi che mi avrebbe aspettata davanti al cancello di scuola alle 16 perché voleva parlarmi e… gli piacevo. Non so come finirono le lezioni e come arrivai a casa quel giorno, ma temo di aver indossato un sorriso da paresi e fossi diventata sorda e sognante di botto. Mi preparai e con l’ansia nella pancia a farmi compagnia, mi avviai a piedi.

Casa mia era parecchio distante e lungo il tragitto pensai circa mille volte di fare marcia indietro fino a quando non mi detti mentalmente della cacasotto e decisi di presentarmi all’appuntamento. L’ultimo metro lo percorsi quasi ad occhi chiusi e poi, girato l’angolo lo vidi. Era esattamente dove mi era stato detto che si sarebbe fatto trovare. Ma non era solo. Stava appoggiato al cancello con due suoi amici, uno dei quali era proprio il “messaggero” che mi aveva attirata lì, che appena mi vide iniziò a ridere assieme agli altri due. Io mi fermai. Non capivo. Poi uno di loro iniziò a gridare “Volevamo solo vedere se avresti abboccato sfigata!”.

D sorrideva imbarazzato ed in cuor mio lo odiai tantissimo anche se sapevo che forse non era una merda come voleva far credere a tutti. Così, in frantumi, decisi di rimanere impassibile e risposi “di veri Sfigati io ne vedo solo tre, fatevi compagnia.” Me ne andai a pugni stretti lungo i fianchi e quando fui abbastanza lontana permisi all’unica lacrima che volevo concedermi di rigarmi una guancia. La Coccoina, nel frattempo, aveva lasciato il posto allo stick della Pritt con cui nuovamente incollai il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Il secondo e terzo anno delle medie furono più divertenti. Conobbi anche il gusto della trasgressione quel giorno in cui decisi davanti scuola, complice un’amica, che non sarei entrata, ma avrei preso il treno per Monza. Peccato che 20 metri dopo ci vide la Preside. Peccato che nel pomeriggio una compagna di classe chiamò a casa mia per sapere come mai non fossi andata a lezione e la telefonata la prese mia madre. Credo di avere ancora le impronte digitali delle dita della mano destra di mia mamma impresse sulla guancia, perché mi diede una pizza storica. Ovviamente dall’accaduto imparai solo a gestire meglio le successive fughe. E difatti in prima superiore evitai un giorno di scuola per partecipare ad una manifestazione di cui non mi fregava assolutamente nulla, per il solo gusto di saltare matematica e sempre mia madre lo scoprì tramite TG perché venni ripresa dalle telecamere mentre seguivo il corteo di studenti. Poi vi assicuro andò meglio. Il libretto delle assenze più falsificato della storia lo avevo quasi consumato. Per giuste cause si intende.

I capelli ricci erano lunghi, il fisico morbido, i vestiti conformi alla moda del momento e dei privilegi riservati alle stra gnocche non mi importava più un accidenti.

Forse non ero ancora nessuno, ma avevo capito che non mi serviva la “vita facile” e che tanto ero più.. una abituata a doversele guadagnare le cose e non mi pesava neppure troppo.

Le belle ragazze continuavano ad esistere ed erano sempre accompagnate da quelli popolari. Le comparse erano protagoniste di storie diverse e tutte loro, ed io.. io ero quella seduta in corridoio, con le cuffiette nelle orecchie ed il libro Noi i ragazzi dello zoo di Berlino tra le mani, con i pennelli a fermare i capelli lunghi raccolti e le macchie di tempera sulla camicia e sul naso. I ragazzi, passando, mi salutavano con un cenno della testa e qualcuno si sedeva accanto a me a chiacchierare. E qualcuno poi non andava più via.

Loser

Tag “prenderei un caffè con..”

caffè

Le regole
1- Usate l’immagine
2- Citate e ringraziate chi vi ha nominato
3- Descrivete le tre diverse situazioni così come sono state organizzate
4- Nominate almeno 10 blogger

PRENDEREI UN CAFFÈ CON…
1-UN PERSONAGGIO PUBBLICO O FAMOSO:…e vorrei dirgli/le:…
Non bevo caffè quindi mi immaginerei a degustare ibuprofene seduta al tavolino di un bar di New York in compagnia di Robin William. “Ci sono delle cose che devo dirti..” ma credo che gliele sussurrerei nell’orecchio prima di abbracciarlo.

2- UNA PERSONA CHE FA PARTE DELLA MIA VITA REALE:…e vorrei dirgli/le:…
Altra degustazione di ibuprofene in compagnia del mio ragazzo al quale vorrei dire che lo ringrazio quando si sostituisce alle mie gambe ferme,quando prima di sollevarmi mi guarda un attimo e mi implora di non farlo ridere mentre lo fa già e rischiamo sempre capitomboli.Lo ringrazio quando mi aiuta a superare gradini,sguardi persistenti e momenti difficili.Vorrei dirgli che lo amo anche quando mi rompe le scatole perchè sono gelosa,ma è meglio che si rassegni.Lo amo anche durante le litigate,anche quando vorrei strozzarlo o infilarlo in una navetta spaziale con destinazione Plutone.Vorrei dirgli che mi piacciono tutte le piccole attenzioni che non mi fa mai mancare perchè sono quelle le cose a cui bado.Che adoro le coccole ed il modo in cui mi cerca la mano anche quando siamo a cena fuori,oppure quando si ferma all’improvviso per abbracciarmi in mezzo alla strada e chi se ne frega del mondo,del tempo,di tutto.Vorrei dirgli che lo amo quando si impegna ad essere la versione migliore di se stesso,ma lo amo da morire anche quando sbaglia,con tutti i suoi piccoli difetti,con le imperfezioni che combaciano con le mie.

3-UN BLOGGER DELLA MIA COMUNITÀ:…e vorrei dirgli/le:…
Ultimo giro di ibuprofene per me ed un caffè alla cara MissisWhite che mi fa sempre tanto ridere e bene al cuore.Sebbene io sia una camionista e lei una vera Lady,l’avverto molto vicina al mio modo di condire le vicissitudini della vita con dell’ironia Q.B..

Ringrazio Lupetta per la nomination e siccome sono una novellina,non avendo 10 blogger da nominare,baro e lascio un caffè sospeso a tutta la rete.