Mai stata baciata (dalla fortuna)

Avete presente quelle commedie in cui la protagonista di solito è una studentessa goffa, sgraziata, anche un po’ sfigata però intelligente (caratteristica che aggiunge alla già crudele lista degli aggettivi anche l’onta della vergogna )?

Quelle in cui il brutto anatroccolo diventa cigno, il bruco diventa farfalla e con un battito di ciglia finte d’ali provoca un uragano nel cuore del ragazzo di cui è segretamente innamorata da quando era ancora un gollum?

Quelle commedie in cui il lieto fine si consuma come un riscatto e “cenerentola”, dopo un attento restyling ad opera di amiche a cui la Fata Madrina può solo spicciare casa, sale di diritto in cima alla piramide di gradimento ormonale di tutto il cast maschile del film, gay compresi.

Insomma avete presente quelle commedie lì? Bene. Ora leviamo il restyling, il riscatto, il lieto fine, le ciglia finte, la cima della piramide ed otterremo la protagonista di questa storia.

Già alle elementari capii che essere carine rendeva tutto più “facile”.

Le poche fortunate (non so secondo quale strana legge cosmica, Dio ne distribuisse sempre al massimo 3 per classe) potevano vantare privilegi quali : spasimante porta zaino, innamorato presta gomma, matita e dignità sempre al servizio, la vittoria assicurata a Palla Prigioniera, esenzione da scherzi e battutine, bigliettini con sentitissime dichiarazioni d’amore : “ti vuoi mettere con me. Si. No. Forse.” barra la casellina. Caramelle gratis, inviti a compleanni, adorazione e rispetto da parte dell’intera classe, maestre comprese.

Per quasi tutte le atre bambine, invece, gli anni delle elementari sarebbero stati duri come il servizio di leva e tra queste anche la sottoscritta. Capelli mossi a scodella, corporatura da mangiatrice di merende delle 16.oo in compagnia di Bim Bum Bam, gusto nell’abbigliarsi tipicamente arlecchiniano con una punta di “mi vesto al buio” ulteriormente aggravata dal pessimo gusto di una mamma tanto pratica quanto poco conscia del fatto che dei fuseaux viola accostati ad una t shirt rossa fossero un abominio. Posa da Mastrolindo nelle foto di classe e sorriso di circostanza. Io, chiaramente, tutti quei privilegi non li avrei mai avuti. Mai.

Ero un maschiaccio, ma sensibile all’estremo e bravissima a nasconderlo. Le prime fratture di cuore avvennero tra quelle mura adorne di cartine geografiche dove vivevo da sola nella terra di nessuno per diventare forte quando finivo la Coccoina con cui tenevo unito il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Alle scuole medie non ci arrivai impreparata, ma spaesata. Ad ogni modo avete presente la carta da parati? Passai i primi mesi a fare la colla della carta da parati, che è ancora peggio. E da dietro il velo guardavo tutte le ragazzine, quelle belle e fortunate vivere con facilità il gruppo, la classe, la scuola.

I capelli erano cresciuti, alla corporatura da mangiatrice di merendine si erano solo aggiunte le tette ed i vestiti avevano via via perso colore e quando capii che il nero snelliva, il mio armadio andò in lutto definitivamente.

Quelle carine avevano tresche con quelli popolari e durante l’intervallo camminavano assieme mano nella mano, lingua contro lingua creando il vuoto attorno, mentre il resto di noi comparse faceva da sfondo. Io leggevo distrattamente i Cioè delle amiche e un po’ mi deprimevo perché Cioè faceva davvero cagare e un po’ perché il vuoto che avevo attorno era diverso e D non mi avrebbe mai presa in considerazione. Quanto cacchio era bello D?! Beh a ripensarci oggi davvero poco, ma all’epoca lo trovavo stupendo. Lui stava nella sezione H, era uno forte ed io nella C e non ero nessuno, avevamo pochi contatti in comune e uno di questi doveva essersela cantata alla grande, perché D venne a sapere che gli sbavavo dietro come un mastino, così un giorno mandò un suo amico a dirmi che mi avrebbe aspettata davanti al cancello di scuola alle 16 perché voleva parlarmi e… gli piacevo. Non so come finirono le lezioni e come arrivai a casa quel giorno, ma temo di aver indossato un sorriso da paresi e fossi diventata sorda e sognante di botto. Mi preparai e con l’ansia nella pancia a farmi compagnia, mi avviai a piedi.

Casa mia era parecchio distante e lungo il tragitto pensai circa mille volte di fare marcia indietro fino a quando non mi detti mentalmente della cacasotto e decisi di presentarmi all’appuntamento. L’ultimo metro lo percorsi quasi ad occhi chiusi e poi, girato l’angolo lo vidi. Era esattamente dove mi era stato detto che si sarebbe fatto trovare. Ma non era solo. Stava appoggiato al cancello con due suoi amici, uno dei quali era proprio il “messaggero” che mi aveva attirata lì, che appena mi vide iniziò a ridere assieme agli altri due. Io mi fermai. Non capivo. Poi uno di loro iniziò a gridare “Volevamo solo vedere se avresti abboccato sfigata!”.

D sorrideva imbarazzato ed in cuor mio lo odiai tantissimo anche se sapevo che forse non era una merda come voleva far credere a tutti. Così, in frantumi, decisi di rimanere impassibile e risposi “di veri Sfigati io ne vedo solo tre, fatevi compagnia.” Me ne andai a pugni stretti lungo i fianchi e quando fui abbastanza lontana permisi all’unica lacrima che volevo concedermi di rigarmi una guancia. La Coccoina, nel frattempo, aveva lasciato il posto allo stick della Pritt con cui nuovamente incollai il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Il secondo e terzo anno delle medie furono più divertenti. Conobbi anche il gusto della trasgressione quel giorno in cui decisi davanti scuola, complice un’amica, che non sarei entrata, ma avrei preso il treno per Monza. Peccato che 20 metri dopo ci vide la Preside. Peccato che nel pomeriggio una compagna di classe chiamò a casa mia per sapere come mai non fossi andata a lezione e la telefonata la prese mia madre. Credo di avere ancora le impronte digitali delle dita della mano destra di mia mamma impresse sulla guancia, perché mi diede una pizza storica. Ovviamente dall’accaduto imparai solo a gestire meglio le successive fughe. E difatti in prima superiore evitai un giorno di scuola per partecipare ad una manifestazione di cui non mi fregava assolutamente nulla, per il solo gusto di saltare matematica e sempre mia madre lo scoprì tramite TG perché venni ripresa dalle telecamere mentre seguivo il corteo di studenti. Poi vi assicuro andò meglio. Il libretto delle assenze più falsificato della storia lo avevo quasi consumato. Per giuste cause si intende.

I capelli ricci erano lunghi, il fisico morbido, i vestiti conformi alla moda del momento e dei privilegi riservati alle stra gnocche non mi importava più un accidenti.

Forse non ero ancora nessuno, ma avevo capito che non mi serviva la “vita facile” e che tanto ero più.. una abituata a doversele guadagnare le cose e non mi pesava neppure troppo.

Le belle ragazze continuavano ad esistere ed erano sempre accompagnate da quelli popolari. Le comparse erano protagoniste di storie diverse e tutte loro, ed io.. io ero quella seduta in corridoio, con le cuffiette nelle orecchie ed il libro Noi i ragazzi dello zoo di Berlino tra le mani, con i pennelli a fermare i capelli lunghi raccolti e le macchie di tempera sulla camicia e sul naso. I ragazzi, passando, mi salutavano con un cenno della testa e qualcuno si sedeva accanto a me a chiacchierare. E qualcuno poi non andava più via.

Loser

Chirurgia emozionale

“Mettiti in discussione” suggerisce spesso la mia mente. “Taci stronza” le rispondo io.

E d’accordo con il masochismo che mi permea l’anima, decido di agire chirurgicamente per asportare i miei difetti e buttarli qui. Se li potrò leggere, rileggere, forse un giorno li troverò persino ridicoli. O faremo pace. Ma non permetterò a nessuno di usarli contro di me per farmi sentire sbagliata. Solo io posso farlo.

  • sono impulsiva (l’ho scritto di getto)
  • non so chiedere aiuto (sono più da problem solving altrui e stoica self service)
  • sono gelosa (non in maniera patologica come qualcuno si ostina a dire/riferire)
  • sono possessiva (in maniera patologica)
  • sono pigra (infatti non so se finirò questo post)
  • sono incostante (infatti non so se farò davvero quello che ho scritto sopra)
  • sono sfuggente (come un visualizza e non risponde)
  • sono fragile (ma non posso permettermi di esserlo)
  • sono introversa/estroversa (…) (bipolare)
  • sono intollerante (e soffro di reflusso gastrico emotivo se non mi sfogo con regolarità)
  • sono insicura (ne sono sicura)
  • sono impaziente (datti una mossa a leggere)
  • sono contraddittoria (con coerenza aggiungerei)
  • sono permalosa (chi io? Come oso!?)
  • non ho filtri (però ho un linguaggio molto colorito, saturo)
  • sono pessimista (è una precauzione che adotto con facile entusiasmo tra l’altro)
  • sono orgogliosa (ci ho messo 27 minuti ad ammetterlo)
  • sono testarda (più di un mulo, tipo due)
  • sono diffidente (la diffidenza è il livello super sayan del pessimismo)
  • sono disordinata (ma il karma vuole che io sia brava a ritrovare le cose che perdono gli altri)
  • sono chissà quali altre cose che ora non mi vengono in mente.

Mi è stato detto che sono egoista, sporca dentro, falsa, psicopatica, indegna, calcolatrice, bambina, vittima, stupida, troia, posseduta, brutta, che valgo zero, plagiatrice, manipolatrice.

Queste ultime righe le ho scritte solo per me, per ricordarmi chi e cosa non sono. Non sarò mai come la rabbia di qualcuno vuole vedermi. Mai.

difetto

90 la paura.

Qualche giorno fa ho dovuto prendere l’autobus per recarmi ad un appuntamento. La corsa che attendevo era quella della famigerata linea 90.
Salire sulla 90 è un po’ come fare Pechino Express al contrario : non devi viaggiare tra diversi Paesi assaporandone le differenti culture in quanto entri direttamente a contatto con almeno 6 distinte nazionalità dislocate su un intero autobus. Qualche fermata/tappa prevede l’eliminazione di alcuni concorrenti, subito rimpiazzati da nuovi giocatori. Vince chi ha più resistenza fisica unita a strategia di gioco, pari a quella del Tetris, che sarà utile al vostro fisico in caso di “overbooking” del mezzo.

Delle volte quella linea è così affollata che immagino l’autista girare la lancetta di un ipotetico Twister e gridare : “Mano destra su cinese!” – “Piede sinistro su italiano, se lo trovate!”.
Vince chi riesce a districarsi arrivando illeso alle porte d’uscita e varcandole. Io perderei sempre.

Ad ogni modo, dovevo recarmi ad un appuntamento e dopo un’attesa di circa 20 minuti esposti ad una temperatura pari a quella del monte Fato di Mordor, io ed il mio compagno, ormai forgiati, tanto che sulle spondine della mia carrozzina è anche apparsa una scritta in caratteri Tengwar che recitava << un antidolorifico per domarli, un antidolorifico per trovarli, un antidolorifico per ghermirli e nel buio incatenarli >>, vediamo il miraggio di un mezzo arancione fermarsi.

Ora la cosa dovrebbe svolgersi così : autista ti rianima autista scende munito di apposito bastone con gancio, tipo quelli negli armadi per prendere i capi che stanno in alto (se non lo si modifica per farcisi i selfie) – autista invita i passeggeri a spostarsi dal perimetro della pedana da azionare manualmente – autista tiene una breve lezione di geometria indicando l’area selezionata con le mani ed invita nuovamente i passeggeri a non occuparne la superficie – autista da fuoco alla superficie indicata liberandola da cose e persone – autista chiede a che fermata scenderemo – salita sull’autobus – si chiede gentilmente ai passeggeri di lasciarci passare – si ripete più volte l’azione – si da fuoco a qualcuno – ci si dirige verso il posto assegnato agli invalidi – autista invita nuovamente i passeggeri ad allontanarsi dalla superficie destinata alla chiusura della rampa – autista ripete l’accorato appello – autista darà le dimissioni entro sera – autista richiude la rampa – si parte.

Questo è quello che a grandi linee accade ogni volta che io ed il mio compagno saliamo sulla 90. Tranne quel giorno, alla cui guida di uno degli autobus c’era un tal signor “cazzomene” in divisa, che dopo essere sceso senza il bastone per estrarre la rampa, ringhiando verso i passeggeri che si sono dispersi all’istante, impugna un fazzoletto e mima sfiorando senza troppa convinzione la maniglia della pedana per poi voltarsi scazzato e dirmi << non va, non ho il gancio o aspetti la prossima corsa >> ( e qui lo fulmino tipo Lamù durante il primo giorno di mestruo ) << ..oppure ti aiuto a salire >> dice in un tono che tradotto sarebbe “basta che ti levi dalle palle”.
So bene che non si dovrebbe e forse lo sa anche il signor “cazzomene” che la manovra che intende eseguire è sinonimo di una certa responsabilità, ma accetto perché ero ormai in ritardo, così cerco di spiegare come fare ad aiutarmi. Mentre il mio compagno pare essere l’unico a cagarmi totalmente, il signor “cazzomene” sempre più scocciato continua a ribattere di voler fare a modo proprio, nasce così un ping pong di tentativi da cui ne usciamo sconfitti per sfinimento e lasciamo che a dirigere lo spostamento sia lui. Io mi aggrappo come posso alla carrozzina pregando di non aver affidato metà della stessa alle mani di un secondo Schettino. In tal caso, mea culpa. Approdo sull’autobus come una valigia nella stiva di un aereo e non facciamo in tempo a girarci per informare “cazzomene” dove saremmo scesi, che lo stesso era già sul sedile pronto a partire. Della serie : da qui in avanti non siete più un mio problema.
Purtroppo la ressa non mi ha permesso di raggiungere il posto invalidi e comunque la pulsantiera che serve anche ad indicare la richiesta di fermata non funzionava (forse non avrebbe funzionato neppure se mi fossi ancorata con la cintura di sicurezza che in genere attiva anche i comandi della pulsantiera, ma non lo sapremo mai).

Arrivata alla mia fermata, per la discesa abbiamo chiesto “l’aiuto del pubblico” e per fortuna un signore ed un ragazzo ci sono venuti in soccorso. Seguendo le mie direttive ho potuto toccare il suolo superando il grosso dislivello senza troppi sballottamenti. Sperando di non aver causato un’ernia ai soccorritori.

Questa non è una denuncia, ma un semplice racconto, un aneddoto da bar descritto con leggerezza per come è stato vissuto. In genere ho la fortuna di trovare autisti davvero molto gentili, ma il “cazzomene” di turno capiterà sempre. Ho la fortuna di avere un compagno stupendo dotato di umorismo ed ho la fortuna di essere io stessa orribilmente ironica. Non lascio spazio in questo post a toni pesanti e malumori. Conosco i disagi a cui i bipedi non funzionanti vengono costantemente esposti dal momento che faccio parte della categoria, ma (quando si può) è utile al fegato (secondo me) prenderla con “filosofia”.. “tutto è bene quel che finisce bene” senza incattivirsi troppo.

La vita è bella. Anche quella del signor “cazzomene”, credo.

mordor