Malincomica

Novembre è passato.Sopra di me,ma è passato.

Ho concluso il nefasto mese con un ricovero ospedaliero di 8 giorni che ha conferito maggior prestigio al mio già notevole curriculum da paziente. A questo proposito, credo creerò una simil guida Michelin degli ospedali della Lombardia,i cui migliori reparti saranno premiati con le siringhe d’oro.

Ho soggiornato nella medesima camera,occupando il medesimo posto letto dove poggiai le terga esattamente 3 anni prima. Posto letto n. 17. Secondo la Kabbalah il 17 è un numero figo.Secondo la sfiga anche. In realtà sono rimasta in quella stanza solo due giorni perchè pare che la mia vicina di letto avesse un sospetto di TBC e quindi gli infermieri,una volta appreso dell’enorme rischio contagio, hanno dato il via al trasloco più veloce della storia, silurandomi con l’intero letto in una nuova stanza e diffidandomi poi dal tornare dove stavo prima.

Ho dunque lasciato J. ai rumori delle mille macchinette a cui era attaccata per ritrovarmi poi accanto a V. una nonnina novantaseienne molto molto dolce. Mi spiace però non aver potuto salutare J. e mi spiace averla vista diverse volte in difficoltà con gli infermieri. J non è italiana.Stava molto male e la febbre alta le mangiava via qualche sorriso. J. ogni tanto piangeva quando stava al cellulare con i suoi cari lontani. Io non capivo la sua lingua ma capivo il suo dolore. Chiamava spesso gli infermieri per farsi aiutare a far pipì.Doveva pur espellere i diversi liquidi delle flebo. Così dopo poco arrivava un camice bianco dal viso scocciato che si poneva di fronte a J con una certa indifferenza cercando di interagire con lei come si farebbe con una persona con problemi di udito.. ed io pensavo che alzare la voce non avrebbe fatto capire meglio l’italiano a J.

La notte prima del mio trasloco erano di turno 2 infermiere ed una OSS che avevo già inquadrato e catalogato come “possibili perfide” il giorno del mio arrivo. Erano le 3 di notte e J se l’era fatta addosso,aveva bisogno di essere cambiata,non poteva alzarsi ed ha suonato il pulsante per l’assistenza. Sono arrivate le due infermiere che a gran voce l’hanno rimproverata per aver bagnato il letto,le hanno poi messo un pannolone senza pulirla o cambiare le lenzuola,perchè “tanto alle 6 lo farà l’altro turno”. E’ stato difficile riprendere a dormire quella notte ed il nervoso mi ha accompagnata per tutto giorno seguente. L’indomani verso le 10 J. è stata portata al piano di sotto per eseguire delle visite e verso le 12 quando è arrivato il suo compagno,non era ancora tornata. Io mi stavo truccando,approfittando di quell’ora in cui potevo star seduta per pranzo,così quando ho visto il suo compagno entrare in stanza l’ho avvisato dicendogli dove fosse J. e dopo qualche battuta sulla mia lungaggine da precisina con il make up, il compagno di J,nel suo altrettanto stentato italiano ha iniziato a sfogarsi dicendosi preoccupato per le condizioni della sua compagna e per il trattamento che le riservavano in ospedale. A quel punto ho raccontato lui quello che era successo durante la notte promettendogli anche che mi sarei presa io cura di J. e l’avrei difesa da certe “leggerezze”.Avrei dovuto farlo prima e questo non me lo perdono ancora.Purtroppo poco dopo,con l’arrivo di J. in camera mi hanno cambiata di stanza e quella promessa non ho potuto mantenerla. J. è finita poi in un altro reparto ed io oggi spero solo stia bene. spero non pianga più e non subisca altre umiliazioni.

Con V. è andata meglio. O forse dovrei scrivere a V. è andata meglio. La “nonnina” la chiamavo. 96 anni ed il cuore leggero di chi sa dire ancora Ti voglio bene. Ed è questo che continuava a dire V. a sua figlia che le teneva compagnia durante il giorno. “Ti voglio bene,sei tutto quello che ho”. Quante volte mi sono commossa di nascosto sentendola e pensando che io a 36 anni “ti voglio bene” non lo so dire,che magari lo scrivo,ma non lo dico mai.Che cretina che sono.

Con me e la nonnina gli infermieri sono stati gentili. Il turno delle perfide lo abbiamo sopportato solo una volta ancora,ma ero di vedetta,occhi puntati su V.,pronta a dirne 4 in caso di bisogno. Sono stati 8 lunghi giorni,un pò noiosi. Niente Tv (che forse è stato un bene).Un libro divorato in 2 pomeriggi e poi tante chiacchiere.Flebo ogni 4 ore e qualche sigaretta fumata per occupare il tempo.Ho passato mesi interi in ospedale che in fondo 8 giorni sono niente,ma non ci si abitua mai e ci si rompe ugualmente le palle.Beh,felice di essermele rotte allora,significa che stavo bene tutto sommato.Me la sto suonando e cantando da sola.

          ***

Sono a casa. Il cielo si sta spegnendo e il freddo crea rivoli di vapore ad ogni respiro. Guardo i colori di questa stagione e la nebbia che ovatta forme e rumori distanti.Non c’è il Natale.Neppure nelle poche luci che adornano qualche balcone.Non c’è il Natale ed io lo cerco annusando l’aria in attesa che i ricordi me lo facciano sentire almeno un pò,in qualche posto quì dentro,dove gli anni hanno stemperato l’innocenza. Mi manca la legna che arde nel camino e che brucia crepitando tra le danze delle fiamme alte. Mi manca il calore vivo sul viso e sulle mani,quel profumo acre misto agli agrumi consumati lì davanti. Mi manca la tavola imbandita per metà occupata da tutti i miei cugini e poi “dai grandi”.Dai nonni.I nonni.Cacchio se mi mancano i nonni.Nonno Felice che metteva i raudi nelle arance e le faceva saltare in aria creando degli splatter artistici sulla facciata del muro di fronte.Quante risate.La nonna Irene in cucina a fare la pasta fresca seguita a ruota dalle zie e tutte assieme formavano una catena di montaggio così efficiente che Giovanni Rana,scansati proprio.In tv Fantaghirò con quel gran figliolo di Tarabas poi la fabbrica di cioccolato,ma quella vera,l’originale.Le pubblicità della Coca cola quando ai tempi erano davvero belle.Il vino a tavola che era il vino fatto dal nonno e che io annacquavo puntualmente (come faccio ancora oggi).La mia Calabria.Il mio paesello in collina.La famiglia.La vita.

Poi la morte si è portata via il nonno.Gli anni la nostra innocenza.Noi cugini non abbiamo più dormito tutti assieme nel lettone a casa dei nonni come durante quelle feste.La stanza fredda perchè non c’erano i caloriferi e le coperte pesanti che il nonno aveva portato dalla Germania ci immobilizzavano contro al materasso,quindi non è che volessimo fare i buoni noi bambini,ma proprio non potevamo muoverci.La morte  si è portata via poi anche la nonna.La morte si è portata via il mio Natale ed oggi ripenso a quando lo sentivo dentro per davvero questo periodo e mi manca.Mi manca il Natale che è amore,sapore,vita,unità e condivisione.Mi manca ma lo ritroverò.In qualche posto qui dentro..con gli occhi rivolti al cielo,puntati sulle due stelle più belle che sono i miei nonni.

 

ricordi natale

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November Pain

Ricapitolando,nelle ultime settimane sono stata :

asfaltata da una punto in seguito ad una retro eseguita modello mosca cieca ed ho scoperto che il cemento dei marciapiedi è troppo aggressivo per lo scrub su viso e corpo.

presa in giro più volte da un autista della filovia (o sposta poveri) delle linee 90/91 di ATM che in più occasioni si è dimostrato molto poco professionale inventando scuse per non tirar giù la pedana e chiedendo al mio compagno che se la tirasse giù da solo.(Mi ha detto anche “Stai zitta cretina e porta rispetto” solo perchè gli ho dato del mestruato).Credo veda in me l’Anticristo a rotelle dopo la lite furiosa che abbiamo avuto giorni fa.Per ora sono a quota 3 segnalazioni fatte all’azienda trasporti che mi ha porto delle pseudo scuse di circostanza.Che poi son gentile,io la “sedia” me la porto da casa,non occupo posti a sedere sui mezzi,ma almeno permettetemi di salirci.

resa Vintage da un capello bianco fluo a cui ho già dedicato un post e troppa importanza.I hate u.

colpita e affondata dall’influenza che mi sta regalando vivaci giornate,per cui,quando riesco a riemergere dal letto,mi stratifico come una cipolla con coperta finale addosso modello fantasma formaggino su ruote.

Mancano solo le stigmate e in regalo un bel pandoro Melegatti,giustamente vestito a lutto,con Scanu. (Dopo “Buttati che è morbido” della Motta io opterei per “Buttalo che è orrido” per questo).

LavitaèbellaLavitaèbellaLavitaèbellaLavitaèbellaLavitaèbellaLavitaèbella.

        Eccccììììììì

 

scanu

What Else?

Capello bianco.

Mestizia.

E così,ieri mattina,sono diventata grande. Vintage per la precisione. E dopo una rapida presa di coscienza davanti allo specchio che mi restituiva l’immagine moderna dell’urlo di Munch, mi sono passati in slow motion davanti agli occhi, tutti i momenti più belli della mia giovinezza che mi salutava per sempre. Quando essere piccoli rendeva immuni dalle responsabilità, quando essere piccoli significava avere una sola priorità : giocare, giocare a tutto, con tutto, anche con le caccole del naso e non da fermi ad un semaforo. Quando essere piccoli significava addormentarsi sul divano e svegliarsi nel proprio letto. Quando essere piccoli era pure una rottura di palle perchè nessuno ti prendeva mai troppo sul serio, specie sulla gravissima questione dei mostri sotto al letto o quelli nell’armadio. Quando essere piccoli voleva dire non pettinarsi. Quando essere meno piccoli significava motorino, feste, birra , sigarette fumate di nascosto, rimmel, discoteca e cazziatoni epici con castighi tali che se non ti chiamavi Rapunzel, ma abitavi ai piani alti, però non avevi trecce da gettare dal balcone per fare imbucare le tue amiche in camera.. erano cavoli tuoi. Ed erano gli anni della lacca, dei ciuffi alti fino al buco dell’ozono.

Ora che ci penso, quando ero piccola (long long time ago.. ) dimostravo più o meno 10 anni di più,  e solo verso i 20 anni è scattato un graduale processo inverso. Sono Benjamin Button. Te piacess’ (come direbbero a Bergamo Alta).Mai una gioia.

E invece questo esile capello bianco fluo mi comunica che sono Vintage. Prossima al titolo di supervisore capo dei cantieri di Milano assieme a qualche altro sottoposto “senior”.

Sono Vintage dunque e presto mi brizzolerò come Clooney .. What else?!

Non oso immaginare come reagirò alla prima ruga seria.

Ok.Non sono Benj-Emy Button.

Ed in effetti nell’ultimo selfie in cui avevo venduto l’anima all’Iphone in cambio dell’eterna giovinezza, ero venuta particolarmente di merda tanto che ho dovuto usare il filtro Medjugorje + luci di Barbara D’Urso e già  questo avrebbe dovuto farmi capire tante cose.

Tinta. Metterò una bugia colorata sui capelli. Una bugia che rimanderà di almeno circa 1 mese la consapevolezza che il tempo passa, anche sul nostro cadavere.

Mestizia.

ahah

Casanova 2.0

Dopo un’estenuante riflessione durata circa 5 minuti, ho deciso di editare questo serissimo post di denuncia contro quella fetta di umanità di genere nerd maschile che sovente tenta l’approccio di sconosciute e cortesi donzelle, servendosi di messaggi inoltrati tramite social network. Messaggi che tuttavia finiscono puntualmente nella casella ALTRO dello stesso social, a meno che gli impavidi ammiratori non decidano di “bussare direttamente al portone” chiedendovi prima l’amicizia per poter così sondare il terreno o meglio l’intero vostro album fotografico prima di decidere se convenga o meno palesarsi via “missiva privata”. La decisione viene presa, in genere, quando l’occhio intenditore, spizzando le vostre foto, invia spedito imput al contenuto del cavallo dei pantaloni del Casanova 2.0, mentre, delle emozioni che albergano nelle sinapsi cerebrali (vedi Inside Out), rimane solo Lussuria che s’è imbucata dalla pubertà ed ha timbrato per tutte le emozioni assenti come fa qualche dipendente del comune di Sanremo.

E fin qui “sti cazzi”.

Ma il fulcro della denuncia riguarda l‘approssimata qualità del contenuto delle missive.

Approssimata qualità che lede la mia fragile sensibilità di donna i cui sogni di quel famoso lieto fine da favola (con cui ci hanno imbrogliate sin da piccole, omettendo il fatto che se uno è bello bello in genere è gay,sposato,in punto di morte o in procinto di partire per Far Far Away … alone),sogni di un lieto fine dicevo che mi auguro comunque arrivi per tutte le compagne Single, ma che si infrangono come cristallo sullo scoglio dell’approccio sbagliato. Nessun lieto fine e nessun lieto inizio insomma. A tal proposito ho deciso di pubblicare un’irrisoria raccolta di missive che mi sono pervenute quest’anno per dimostrare a tutti, quanto alcuni di questi Casanova 2.0 poco si siano impegnati nel comunque vano tentativo di rapirmi il cuore.

Ricordandovi che sono una persona ORRIBILE  vi lascio alle immagini, ma non prima di chiudere la questione dicendo che : Ogni volta che un ragazzo approccia male una sconosciuta, nel mondo una ragazza (se non la stessa vittima dell’approccio) si trasforma in gattara. 

Ps : il post è ironico ma io sono seria.

2

1

3

Emozioni.

Più volte, negli anni mi è stato detto e scritto da chi mi legge che sarei riuscita ad emozionare anche attraverso una semplice lista della spesa, così ho deciso di pubblicarne una. In genere le perdo durante il tragitto che va da casa al supermercato e la cosa mi rattrista e mi fa vergognare anche, un pò perché impiego del tempo a prepararle e un po’ perché “che figura dimmerda” faccio se vengono lette. Che le mie mica sono semplici liste scritte di corsa usando solo consonanti tipo codice fiscale per abbreviare, no. Io mentre annoto con scrupolo le cose che devo comprare subisco uno sdoppiamento ed alla fine la lista la scrivono Pancia e Ragione. Emozionatevi.

lista spesa Emy

Mai stata baciata (dalla fortuna)

Avete presente quelle commedie in cui la protagonista di solito è una studentessa goffa, sgraziata, anche un po’ sfigata però intelligente (caratteristica che aggiunge alla già crudele lista degli aggettivi anche l’onta della vergogna )?

Quelle in cui il brutto anatroccolo diventa cigno, il bruco diventa farfalla e con un battito di ciglia finte d’ali provoca un uragano nel cuore del ragazzo di cui è segretamente innamorata da quando era ancora un gollum?

Quelle commedie in cui il lieto fine si consuma come un riscatto e “cenerentola”, dopo un attento restyling ad opera di amiche a cui la Fata Madrina può solo spicciare casa, sale di diritto in cima alla piramide di gradimento ormonale di tutto il cast maschile del film, gay compresi.

Insomma avete presente quelle commedie lì? Bene. Ora leviamo il restyling, il riscatto, il lieto fine, le ciglia finte, la cima della piramide ed otterremo la protagonista di questa storia.

Già alle elementari capii che essere carine rendeva tutto più “facile”.

Le poche fortunate (non so secondo quale strana legge cosmica, Dio ne distribuisse sempre al massimo 3 per classe) potevano vantare privilegi quali : spasimante porta zaino, innamorato presta gomma, matita e dignità sempre al servizio, la vittoria assicurata a Palla Prigioniera, esenzione da scherzi e battutine, bigliettini con sentitissime dichiarazioni d’amore : “ti vuoi mettere con me. Si. No. Forse.” barra la casellina. Caramelle gratis, inviti a compleanni, adorazione e rispetto da parte dell’intera classe, maestre comprese.

Per quasi tutte le atre bambine, invece, gli anni delle elementari sarebbero stati duri come il servizio di leva e tra queste anche la sottoscritta. Capelli mossi a scodella, corporatura da mangiatrice di merende delle 16.oo in compagnia di Bim Bum Bam, gusto nell’abbigliarsi tipicamente arlecchiniano con una punta di “mi vesto al buio” ulteriormente aggravata dal pessimo gusto di una mamma tanto pratica quanto poco conscia del fatto che dei fuseaux viola accostati ad una t shirt rossa fossero un abominio. Posa da Mastrolindo nelle foto di classe e sorriso di circostanza. Io, chiaramente, tutti quei privilegi non li avrei mai avuti. Mai.

Ero un maschiaccio, ma sensibile all’estremo e bravissima a nasconderlo. Le prime fratture di cuore avvennero tra quelle mura adorne di cartine geografiche dove vivevo da sola nella terra di nessuno per diventare forte quando finivo la Coccoina con cui tenevo unito il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Alle scuole medie non ci arrivai impreparata, ma spaesata. Ad ogni modo avete presente la carta da parati? Passai i primi mesi a fare la colla della carta da parati, che è ancora peggio. E da dietro il velo guardavo tutte le ragazzine, quelle belle e fortunate vivere con facilità il gruppo, la classe, la scuola.

I capelli erano cresciuti, alla corporatura da mangiatrice di merendine si erano solo aggiunte le tette ed i vestiti avevano via via perso colore e quando capii che il nero snelliva, il mio armadio andò in lutto definitivamente.

Quelle carine avevano tresche con quelli popolari e durante l’intervallo camminavano assieme mano nella mano, lingua contro lingua creando il vuoto attorno, mentre il resto di noi comparse faceva da sfondo. Io leggevo distrattamente i Cioè delle amiche e un po’ mi deprimevo perché Cioè faceva davvero cagare e un po’ perché il vuoto che avevo attorno era diverso e D non mi avrebbe mai presa in considerazione. Quanto cacchio era bello D?! Beh a ripensarci oggi davvero poco, ma all’epoca lo trovavo stupendo. Lui stava nella sezione H, era uno forte ed io nella C e non ero nessuno, avevamo pochi contatti in comune e uno di questi doveva essersela cantata alla grande, perché D venne a sapere che gli sbavavo dietro come un mastino, così un giorno mandò un suo amico a dirmi che mi avrebbe aspettata davanti al cancello di scuola alle 16 perché voleva parlarmi e… gli piacevo. Non so come finirono le lezioni e come arrivai a casa quel giorno, ma temo di aver indossato un sorriso da paresi e fossi diventata sorda e sognante di botto. Mi preparai e con l’ansia nella pancia a farmi compagnia, mi avviai a piedi.

Casa mia era parecchio distante e lungo il tragitto pensai circa mille volte di fare marcia indietro fino a quando non mi detti mentalmente della cacasotto e decisi di presentarmi all’appuntamento. L’ultimo metro lo percorsi quasi ad occhi chiusi e poi, girato l’angolo lo vidi. Era esattamente dove mi era stato detto che si sarebbe fatto trovare. Ma non era solo. Stava appoggiato al cancello con due suoi amici, uno dei quali era proprio il “messaggero” che mi aveva attirata lì, che appena mi vide iniziò a ridere assieme agli altri due. Io mi fermai. Non capivo. Poi uno di loro iniziò a gridare “Volevamo solo vedere se avresti abboccato sfigata!”.

D sorrideva imbarazzato ed in cuor mio lo odiai tantissimo anche se sapevo che forse non era una merda come voleva far credere a tutti. Così, in frantumi, decisi di rimanere impassibile e risposi “di veri Sfigati io ne vedo solo tre, fatevi compagnia.” Me ne andai a pugni stretti lungo i fianchi e quando fui abbastanza lontana permisi all’unica lacrima che volevo concedermi di rigarmi una guancia. La Coccoina, nel frattempo, aveva lasciato il posto allo stick della Pritt con cui nuovamente incollai il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Il secondo e terzo anno delle medie furono più divertenti. Conobbi anche il gusto della trasgressione quel giorno in cui decisi davanti scuola, complice un’amica, che non sarei entrata, ma avrei preso il treno per Monza. Peccato che 20 metri dopo ci vide la Preside. Peccato che nel pomeriggio una compagna di classe chiamò a casa mia per sapere come mai non fossi andata a lezione e la telefonata la prese mia madre. Credo di avere ancora le impronte digitali delle dita della mano destra di mia mamma impresse sulla guancia, perché mi diede una pizza storica. Ovviamente dall’accaduto imparai solo a gestire meglio le successive fughe. E difatti in prima superiore evitai un giorno di scuola per partecipare ad una manifestazione di cui non mi fregava assolutamente nulla, per il solo gusto di saltare matematica e sempre mia madre lo scoprì tramite TG perché venni ripresa dalle telecamere mentre seguivo il corteo di studenti. Poi vi assicuro andò meglio. Il libretto delle assenze più falsificato della storia lo avevo quasi consumato. Per giuste cause si intende.

I capelli ricci erano lunghi, il fisico morbido, i vestiti conformi alla moda del momento e dei privilegi riservati alle stra gnocche non mi importava più un accidenti.

Forse non ero ancora nessuno, ma avevo capito che non mi serviva la “vita facile” e che tanto ero più.. una abituata a doversele guadagnare le cose e non mi pesava neppure troppo.

Le belle ragazze continuavano ad esistere ed erano sempre accompagnate da quelli popolari. Le comparse erano protagoniste di storie diverse e tutte loro, ed io.. io ero quella seduta in corridoio, con le cuffiette nelle orecchie ed il libro Noi i ragazzi dello zoo di Berlino tra le mani, con i pennelli a fermare i capelli lunghi raccolti e le macchie di tempera sulla camicia e sul naso. I ragazzi, passando, mi salutavano con un cenno della testa e qualcuno si sedeva accanto a me a chiacchierare. E qualcuno poi non andava più via.

Loser

E’ tutto. (ShoppingOnline)

Sarà capitato a tutte di perdere quelle 5/6 ore su siti di negozi d’abbigliamento che vendono anche o solo online.
5 o 6 ore (ad essere ottimista) in cui il browser che usiamo apre un numero di pagine tale che dopo un po’ la cronologia chiede aiuto alle note.Proprio pochi giorni fa, mossa da un desiderio a forma di giacca invernale, ho consultato i siti internet di vari negozi quali ad esempio Zara, H&M, Bershka e Zalando.Così sfogliando virtualmente la sezione dedicata, partendo dal sito di Zara, ho avuto come l’impressione di avere per sbaglio cliccato su abbigliamento bambini. Alcune delle modelle impiegate hanno l’età per uno spot della Giochi preziosi.
Stessa cosa su Bershka dove la mia attenzione ha virato poi sulle pose di queste baby mannequin dallo swiiiish della chioma modalità pizza in faccia presa da Gianni Morandi (Ndr proporzioni mani del suddetto) e lo sguardo Magnum alla Zoolander.

Ma la mestizia provata grazie a Zalando però non ha eguali :

La persona nella foto è alta 1,79 cm e veste una taglia 36.
La persona nella foto è alta 1,76 cm e veste una taglia 36.
La persona nella foto è alta 1,78 cm e veste una taglia 36.

Come a dire, prendiamo un esempio di donna il più lontano possibile dal tuo e dallo standard comune di quella fettona poraccia di umanità femminile e fatti un’idea. Se ci riesci.
E scatta così il photoshop mentale. Quindi inizio a distorcere mentalmente le fattezze della modella rimpolpandola come un tacchino al thanksgiving per ricostruirla simile a me nell’estremo tentativo di capire se la giacca potrebbe donarmi altrettanto bene, non prima però di essermi assicurata che del capo desiderato la mia taglia sia disponibile e non prima di essermi assicurata tramite “elenco delle taglie” che i centimetri che mi compongono come persona fisica corrispondano ancora ad una 42. E invece no. E come in una scena del film Il diavolo veste Prada, mentre reggo un pangrì per metà cosparso di Nutella (praticamente un Mikado gigante), mi sento come Andrea con la minestra di mais mentre Nigel mi rimprovera:

Nigel : “lo sai vero che la cellulite è uno degli ingredienti principali dei pangrì con Nutella?”

“e così le modelle dei siti che osservo non mangiano niente?”

Nigel : “no, da quando la taglia trentotto è diventata la nuova quaranta e la trentasei la trentotto”

“io porto la quarantadue!”

Nigel : “che è la nuova cinquantasei.”

Mestizia, mestizia, mestizia.

E concludo il film mentale con una gradevolissima Miranda che mi liquida con un :

E’ tutto.”

Se sei un uomo e stai leggendo, probabilmente starai pensando già dalla fine della terza riga “avresti fatto prima ad andare direttamente in negozio”, ma sappi che funziona più o meno come quando tu ti affidi a Youporn invece di dedicarti ad un rapporto fisico con un’altra persona. Magari il “negozio” è chiuso. Magari il “negozio” non esiste. Visto? Non è poi tanto differente.

Alla fine ho comprato un paio di stivali sul sito di Zalando quindi ora attendo di urlare come un’isterica davanti all’omino della consegna, come pubblicità suggerisce.

miranda