“Sa di nonnine”.

 

 

Stavo facendo la doccia quando ho versato il docciaschiuma sulla spugna. Talco ed Iris.

Sa di nonnine” ho pensato assorbendone l’aroma. Sa di un tempo sospeso, di quando a casa di nonna, mi fermavo davanti alla porta finestra della sua camera da letto a guardare nel silenzio il pulviscolo danzare illuminato dai raggi del sole che puntavano verso il pavimento come fiocine. E respiravo il profumo della biancheria ricamata e riposta in una vecchia cassettiera di legno scuro laccato di cui aprivo sempre il primo cassetto. La biancheria era quella pesante, del corredo buono, quella che non veniva mai usata ma che era lì a testimonianza di un lascito molto importante : la tradizione. “Sa di nonnine” come il talco riposto dentro al cofanetto in ceramica che stava sulla toeletta per il trucco nel corridoio. Avevo forse 6 anni, mi sedevo sullo sgabello e passavo le dita sul vetro che ricopriva il freddo marmo, ne seguivo le venature bianche poi prendevo il pettine e guardandomi allo specchio sistemavo i ricci fingendo di essere una ragazza “grande”. Approfittavo dei momenti in cui venivo lasciata sola in casa per aprire i cassetti dei mobili in cucina e mi godevo nel silenzio intervallato dal canto delle cicale, la scoperta di piccoli tesori. Amavo quei brevi attimi di isolamento in cui potevo trasgredire agli ordini di mamma sullo stare composta, sul fare e soprattutto non fare questo e quell’altro. Avevo come la sensazione che d’improvviso tutta la casa diventasse più tangibile e potessi finalmente conoscere i segreti che nonna celava dentro ai mobili.

Anche alcune amiche di nonna sapevano di talco e iris, lo sentivo quando si chinavano per baciarmi e mi prendevano le guance con le loro mani molli e lisce.

Ricordo anche di quella volta che andai a trovare zia Angelina, che non era davvero mia zia, ma la chiamavo così perchè così la chiamavano tutti. Abitava a pochi metri da nonna, la porticina in legno era aperta e dentro era un pò buio. Alcune signore stavano fuori, parate lungo il muro, erano vestite di nero e parlavano a bassa voce. Entrando vidi altre signore, anche queste vestite di nero come pinguini col velo e facendomi largo trovai la nonna e poi zia Angelina. Zia Angelina era distesa sul grosso letto in ferro battuto e quattro ceri più alti di me ne delimitavano gli angoli, zia stava con le mani raccolte come se pregasse e teneva gli occhi chiusi. Era minuta, immobile e non mi sembrava morta, ma solo perchè non sapevo ancora bene cosa fosse la morte. Nonna mi prese per mano e mi disse che non era posto per me quello, che l’anima di zia era salita in cielo. Volevo dare un bacio a zia, ma nonna mi disse di non toccarla “che i morti si prendono l’anima tua innocente” allora io un pò per sfida e un pò perchè non ci credevo, toccai un piede di zia Angelina prima di uscire da casa sua. Anche zia  sapeva di talco e iris, come questi ricordi.

Ogni tanto sento ancora quello stesso profumo nelle sale d’attesa degli ospedali, quando qualche nonnina mi passa accanto.

Sono rimasta sotto la doccia a pensare per qualche minuto. In 36 anni i miei pensieri hanno fatto più strada delle mie gambe ormai ferme e anche quando le gambe correvano veloci, i miei pensieri correvano di più e non sempre andavano nella stessa direzione delle gambe, così capitava che un profumo sentito per strada diventasse un pensiero e che questo afferrasse un ricordo dal cuore, mentre le gambe mi portavano da qualche parte, ma sempre troppo lontano da quello che vivevo dentro di me che a volte sapeva di talco e iris.

 

nonnine

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