Malincomica

Novembre è passato.Sopra di me,ma è passato.

Ho concluso il nefasto mese con un ricovero ospedaliero di 8 giorni che ha conferito maggior prestigio al mio già notevole curriculum da paziente. A questo proposito, credo creerò una simil guida Michelin degli ospedali della Lombardia,i cui migliori reparti saranno premiati con le siringhe d’oro.

Ho soggiornato nella medesima camera,occupando il medesimo posto letto dove poggiai le terga esattamente 3 anni prima. Posto letto n. 17. Secondo la Kabbalah il 17 è un numero figo.Secondo la sfiga anche. In realtà sono rimasta in quella stanza solo due giorni perchè pare che la mia vicina di letto avesse un sospetto di TBC e quindi gli infermieri,una volta appreso dell’enorme rischio contagio, hanno dato il via al trasloco più veloce della storia, silurandomi con l’intero letto in una nuova stanza e diffidandomi poi dal tornare dove stavo prima.

Ho dunque lasciato J. ai rumori delle mille macchinette a cui era attaccata per ritrovarmi poi accanto a V. una nonnina novantaseienne molto molto dolce. Mi spiace però non aver potuto salutare J. e mi spiace averla vista diverse volte in difficoltà con gli infermieri. J non è italiana.Stava molto male e la febbre alta le mangiava via qualche sorriso. J. ogni tanto piangeva quando stava al cellulare con i suoi cari lontani. Io non capivo la sua lingua ma capivo il suo dolore. Chiamava spesso gli infermieri per farsi aiutare a far pipì.Doveva pur espellere i diversi liquidi delle flebo. Così dopo poco arrivava un camice bianco dal viso scocciato che si poneva di fronte a J con una certa indifferenza cercando di interagire con lei come si farebbe con una persona con problemi di udito.. ed io pensavo che alzare la voce non avrebbe fatto capire meglio l’italiano a J.

La notte prima del mio trasloco erano di turno 2 infermiere ed una OSS che avevo già inquadrato e catalogato come “possibili perfide” il giorno del mio arrivo. Erano le 3 di notte e J se l’era fatta addosso,aveva bisogno di essere cambiata,non poteva alzarsi ed ha suonato il pulsante per l’assistenza. Sono arrivate le due infermiere che a gran voce l’hanno rimproverata per aver bagnato il letto,le hanno poi messo un pannolone senza pulirla o cambiare le lenzuola,perchè “tanto alle 6 lo farà l’altro turno”. E’ stato difficile riprendere a dormire quella notte ed il nervoso mi ha accompagnata per tutto giorno seguente. L’indomani verso le 10 J. è stata portata al piano di sotto per eseguire delle visite e verso le 12 quando è arrivato il suo compagno,non era ancora tornata. Io mi stavo truccando,approfittando di quell’ora in cui potevo star seduta per pranzo,così quando ho visto il suo compagno entrare in stanza l’ho avvisato dicendogli dove fosse J. e dopo qualche battuta sulla mia lungaggine da precisina con il make up, il compagno di J,nel suo altrettanto stentato italiano ha iniziato a sfogarsi dicendosi preoccupato per le condizioni della sua compagna e per il trattamento che le riservavano in ospedale. A quel punto ho raccontato lui quello che era successo durante la notte promettendogli anche che mi sarei presa io cura di J. e l’avrei difesa da certe “leggerezze”.Avrei dovuto farlo prima e questo non me lo perdono ancora.Purtroppo poco dopo,con l’arrivo di J. in camera mi hanno cambiata di stanza e quella promessa non ho potuto mantenerla. J. è finita poi in un altro reparto ed io oggi spero solo stia bene. spero non pianga più e non subisca altre umiliazioni.

Con V. è andata meglio. O forse dovrei scrivere a V. è andata meglio. La “nonnina” la chiamavo. 96 anni ed il cuore leggero di chi sa dire ancora Ti voglio bene. Ed è questo che continuava a dire V. a sua figlia che le teneva compagnia durante il giorno. “Ti voglio bene,sei tutto quello che ho”. Quante volte mi sono commossa di nascosto sentendola e pensando che io a 36 anni “ti voglio bene” non lo so dire,che magari lo scrivo,ma non lo dico mai.Che cretina che sono.

Con me e la nonnina gli infermieri sono stati gentili. Il turno delle perfide lo abbiamo sopportato solo una volta ancora,ma ero di vedetta,occhi puntati su V.,pronta a dirne 4 in caso di bisogno. Sono stati 8 lunghi giorni,un pò noiosi. Niente Tv (che forse è stato un bene).Un libro divorato in 2 pomeriggi e poi tante chiacchiere.Flebo ogni 4 ore e qualche sigaretta fumata per occupare il tempo.Ho passato mesi interi in ospedale che in fondo 8 giorni sono niente,ma non ci si abitua mai e ci si rompe ugualmente le palle.Beh,felice di essermele rotte allora,significa che stavo bene tutto sommato.Me la sto suonando e cantando da sola.

          ***

Sono a casa. Il cielo si sta spegnendo e il freddo crea rivoli di vapore ad ogni respiro. Guardo i colori di questa stagione e la nebbia che ovatta forme e rumori distanti.Non c’è il Natale.Neppure nelle poche luci che adornano qualche balcone.Non c’è il Natale ed io lo cerco annusando l’aria in attesa che i ricordi me lo facciano sentire almeno un pò,in qualche posto quì dentro,dove gli anni hanno stemperato l’innocenza. Mi manca la legna che arde nel camino e che brucia crepitando tra le danze delle fiamme alte. Mi manca il calore vivo sul viso e sulle mani,quel profumo acre misto agli agrumi consumati lì davanti. Mi manca la tavola imbandita per metà occupata da tutti i miei cugini e poi “dai grandi”.Dai nonni.I nonni.Cacchio se mi mancano i nonni.Nonno Felice che metteva i raudi nelle arance e le faceva saltare in aria creando degli splatter artistici sulla facciata del muro di fronte.Quante risate.La nonna Irene in cucina a fare la pasta fresca seguita a ruota dalle zie e tutte assieme formavano una catena di montaggio così efficiente che Giovanni Rana,scansati proprio.In tv Fantaghirò con quel gran figliolo di Tarabas poi la fabbrica di cioccolato,ma quella vera,l’originale.Le pubblicità della Coca cola quando ai tempi erano davvero belle.Il vino a tavola che era il vino fatto dal nonno e che io annacquavo puntualmente (come faccio ancora oggi).La mia Calabria.Il mio paesello in collina.La famiglia.La vita.

Poi la morte si è portata via il nonno.Gli anni la nostra innocenza.Noi cugini non abbiamo più dormito tutti assieme nel lettone a casa dei nonni come durante quelle feste.La stanza fredda perchè non c’erano i caloriferi e le coperte pesanti che il nonno aveva portato dalla Germania ci immobilizzavano contro al materasso,quindi non è che volessimo fare i buoni noi bambini,ma proprio non potevamo muoverci.La morte  si è portata via poi anche la nonna.La morte si è portata via il mio Natale ed oggi ripenso a quando lo sentivo dentro per davvero questo periodo e mi manca.Mi manca il Natale che è amore,sapore,vita,unità e condivisione.Mi manca ma lo ritroverò.In qualche posto qui dentro..con gli occhi rivolti al cielo,puntati sulle due stelle più belle che sono i miei nonni.

 

ricordi natale

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