Casanova 2.0

Dopo un’estenuante riflessione durata circa 5 minuti, ho deciso di editare questo serissimo post di denuncia contro quella fetta di umanità di genere nerd maschile che sovente tenta l’approccio di sconosciute e cortesi donzelle, servendosi di messaggi inoltrati tramite social network. Messaggi che tuttavia finiscono puntualmente nella casella ALTRO dello stesso social, a meno che gli impavidi ammiratori non decidano di “bussare direttamente al portone” chiedendovi prima l’amicizia per poter così sondare il terreno o meglio l’intero vostro album fotografico prima di decidere se convenga o meno palesarsi via “missiva privata”. La decisione viene presa, in genere, quando l’occhio intenditore, spizzando le vostre foto, invia spedito imput al contenuto del cavallo dei pantaloni del Casanova 2.0, mentre, delle emozioni che albergano nelle sinapsi cerebrali (vedi Inside Out), rimane solo Lussuria che s’è imbucata dalla pubertà ed ha timbrato per tutte le emozioni assenti come fa qualche dipendente del comune di Sanremo.

E fin qui “sti cazzi”.

Ma il fulcro della denuncia riguarda l‘approssimata qualità del contenuto delle missive.

Approssimata qualità che lede la mia fragile sensibilità di donna i cui sogni di quel famoso lieto fine da favola (con cui ci hanno imbrogliate sin da piccole, omettendo il fatto che se uno è bello bello in genere è gay,sposato,in punto di morte o in procinto di partire per Far Far Away … alone),sogni di un lieto fine dicevo che mi auguro comunque arrivi per tutte le compagne Single, ma che si infrangono come cristallo sullo scoglio dell’approccio sbagliato. Nessun lieto fine e nessun lieto inizio insomma. A tal proposito ho deciso di pubblicare un’irrisoria raccolta di missive che mi sono pervenute quest’anno per dimostrare a tutti, quanto alcuni di questi Casanova 2.0 poco si siano impegnati nel comunque vano tentativo di rapirmi il cuore.

Ricordandovi che sono una persona ORRIBILE  vi lascio alle immagini, ma non prima di chiudere la questione dicendo che : Ogni volta che un ragazzo approccia male una sconosciuta, nel mondo una ragazza (se non la stessa vittima dell’approccio) si trasforma in gattara. 

Ps : il post è ironico ma io sono seria.

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Emozioni.

Più volte, negli anni mi è stato detto e scritto da chi mi legge che sarei riuscita ad emozionare anche attraverso una semplice lista della spesa, così ho deciso di pubblicarne una. In genere le perdo durante il tragitto che va da casa al supermercato e la cosa mi rattrista e mi fa vergognare anche, un pò perché impiego del tempo a prepararle e un po’ perché “che figura dimmerda” faccio se vengono lette. Che le mie mica sono semplici liste scritte di corsa usando solo consonanti tipo codice fiscale per abbreviare, no. Io mentre annoto con scrupolo le cose che devo comprare subisco uno sdoppiamento ed alla fine la lista la scrivono Pancia e Ragione. Emozionatevi.

lista spesa Emy

Solo un Attimo.

Mad World.Gary Jules – Play

Il cielo è color carta da zucchero e a sinistra dello scorcio che mi regala la vista dal balcone, una luna a metà con gli occhi tristi di un Pierrot, risplende come un disegno a matita impresso su un foglio in acetato e illuminato dal retro.
Poco distanti tre piccoli aerei solcano rapidi, in diverse direzioni, un frammento della volta emisferica lasciandosi dietro una candida e corposa scia che pare spuma di birra appena spillata. Aerei come navi solitarie che scivolano veloci su vaste distese d’acque calme.
Il fumo della sigaretta disegna spirali incerte che vanno a svanire mentre mi danzano davanti, eppure lo sguardo le trapassa e si poggia stanco sulla distesa monocolore che sta molto più su.
Sento il cuore traboccarmi di malinconia, un’emorragia interna di inquietudine. Avverto la mancanza di qualcosa che non ha forma né profumo e sento salire questa sensazione che raggiunge la gola stringendola fino a farmi pizzicare forte gli occhi. I contorni dei palazzi di fronte diventano liquidi e traballano le luci calde degli ambienti rischiarati, sfumano anche i lampioni e serro le palpebre come lame di una ghigliottina che taglia via due lacrime pesanti che affondano sul maglione grigio di lana, sporcandolo di tristezza.
Spengo la sigaretta ruotandola mentre la premo forte contro il fondo del posacenere. L’aria fredda si poggia sulla pelle scoperta come un’impercettibile pellicola trasparente e l’orizzonte via via si carica di toni scuri da cui filtrerà il bagliore delle lucciole che accenderanno intere costellazioni. Vorrei dissolvermi lentamente come cenere che origina farfalle. Farfalle libere. Ma la malinconia mi riempie come siero e piombo fuso da dentro, mi fa sentire pesante e solo le ciglia si aggrappano forti a questo cielo, accarezzando l’aria, tra una lacrima e l’altra mentre al resto di me manca qualcosa che non ha forma, né profumo.

Play

Tag – WhatsApp, contatti momentanei.

tw

Metto le mani avanti,la tastiera ed il trackpad e premetto subito che :  BARERò! 😀
Non nominerò nessuno,ma voglio partecipare comunque a questo TAG perchè potrebbe quasi risultare terapeutico e poi se a taggarmi è Scrittore55… (ci sono offerte nella vita che non si possono rifiutare).

Tag: Come vi sentireste se, stasera, aprendo l’App di WhatsApp un insolito messaggio vi avvertisse della presenza di “Contatti Momentanei” a cui sono associati “nomi” e non numeri telefonici, ai quali (dalla mezzanotte al sorgere del sole) sarà possibile inviare un messaggio e/o immagine? Gli “intrusi” sono 10 e sono i seguenti:

1) Una persona di cui hai perso ogni traccia :
– a te,caro L dedicherei la statua di Cattelan in piazza Affari.Resterai un livido sbiadito nel cuore,perchè quelli sulla pelle sono spariti tanti anni fa.L’unica colpa che mi attribuisco è di non averti assestato meglio quel famoso calcio nelle @@ dopo anni di sopportazione.Ero piccola e ingenua,ma non una tua proprietà.Il tuo era un amore malato di quelli col copione uguale a tanti altri,ma io non ero “tante altrE” e questo ti faceva incazzare.E questo mi ha sempre salvata.

2) Un’amica scomparsa. (o amico):
– Questo dolore non voglio conoscerlo.

3) Un/a parente stretto che non c’è più:
– Nonna.. adesso sai perchè non sono venuta a trovarti negli ultimi anni,non volevo darti un dolore così grande.La malattia ed il resto mi hanno tenuta fuori dal mondo per tanto e quando poi ho ripreso contatto con la quotidianità è finito il tuo tempo qui con noi.Mi manchi.

4) Qualcuno che può svelarti un segreto del tuo futuro:
– Dimmi che andrà bene.Ti prego.

5) Qualcuno a cui vuoi chiedere “scusa”:
– Chiedo scusa al figlio/figlia che non potrò mai avere.Nei miei sogni sei una bambina bellissima e sappi che ti avrei dato un amore con l’eco,oltre le cellule e la ragione,saresti stata/o l’estensione del meglio di me.Il meglio di me saresti stata/o tu.

6) Qualcuno a cui vuoi gridare una verità scomoda!
– Sei un egocentrico vestito di falsa modestia.Un attore mediocre e per quanto mi riguarda ho chiuso il sipario già ad inizio show che nel tuo caso non deve continuare.

7) Un personaggio del “passato”:
– Incantevole Creamy sappi che hai segnato la mia infanzia ed hai rappresentato anche il momento merenda perfetto.Grazie.

8) Un personaggio del “presente”.
– A te caro il mio Dr House (sei uguale!Pure stronzo allo stesso modo).. a te che mi hai salvato la vita.Grazie Doc.

9) Un personaggio del “futuro”:
– Me del futuro,se il karma ha fatto il suo corso e non mi sono reincarnata in un baobab allora dovrei essere figa,alta e bella dentro,organi compresi.Sappi che da te mi aspetto molto.Sii umile,mettiti in discussione,adotta qualche gatto o cagnolino,prenditi cura dei più deboli e sta lontana dagli stronzi.Ama e sii gentile.

10) Il SIGNORE o il destinatario della tua Fede:
“Ogni cicatrice è un autografo di Dio”. Ecco Dio,se nel mio caso avessi usato la matita,quella con il gommino in cima,non mi sarei offesa.E di autografo ne bastava anche uno,non c’era bisogno di perfezionare la firma,ecco.

Regole:

– Utilizzare il Logo,

– menzionare chi ha creato il Tag

– inviare i “messaggi e/o immagini”

– nominare 10 blogger ed avvisarli della nomina.  (non come ho fatto io)

Mai stata baciata (dalla fortuna)

Avete presente quelle commedie in cui la protagonista di solito è una studentessa goffa, sgraziata, anche un po’ sfigata però intelligente (caratteristica che aggiunge alla già crudele lista degli aggettivi anche l’onta della vergogna )?

Quelle in cui il brutto anatroccolo diventa cigno, il bruco diventa farfalla e con un battito di ciglia finte d’ali provoca un uragano nel cuore del ragazzo di cui è segretamente innamorata da quando era ancora un gollum?

Quelle commedie in cui il lieto fine si consuma come un riscatto e “cenerentola”, dopo un attento restyling ad opera di amiche a cui la Fata Madrina può solo spicciare casa, sale di diritto in cima alla piramide di gradimento ormonale di tutto il cast maschile del film, gay compresi.

Insomma avete presente quelle commedie lì? Bene. Ora leviamo il restyling, il riscatto, il lieto fine, le ciglia finte, la cima della piramide ed otterremo la protagonista di questa storia.

Già alle elementari capii che essere carine rendeva tutto più “facile”.

Le poche fortunate (non so secondo quale strana legge cosmica, Dio ne distribuisse sempre al massimo 3 per classe) potevano vantare privilegi quali : spasimante porta zaino, innamorato presta gomma, matita e dignità sempre al servizio, la vittoria assicurata a Palla Prigioniera, esenzione da scherzi e battutine, bigliettini con sentitissime dichiarazioni d’amore : “ti vuoi mettere con me. Si. No. Forse.” barra la casellina. Caramelle gratis, inviti a compleanni, adorazione e rispetto da parte dell’intera classe, maestre comprese.

Per quasi tutte le atre bambine, invece, gli anni delle elementari sarebbero stati duri come il servizio di leva e tra queste anche la sottoscritta. Capelli mossi a scodella, corporatura da mangiatrice di merende delle 16.oo in compagnia di Bim Bum Bam, gusto nell’abbigliarsi tipicamente arlecchiniano con una punta di “mi vesto al buio” ulteriormente aggravata dal pessimo gusto di una mamma tanto pratica quanto poco conscia del fatto che dei fuseaux viola accostati ad una t shirt rossa fossero un abominio. Posa da Mastrolindo nelle foto di classe e sorriso di circostanza. Io, chiaramente, tutti quei privilegi non li avrei mai avuti. Mai.

Ero un maschiaccio, ma sensibile all’estremo e bravissima a nasconderlo. Le prime fratture di cuore avvennero tra quelle mura adorne di cartine geografiche dove vivevo da sola nella terra di nessuno per diventare forte quando finivo la Coccoina con cui tenevo unito il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Alle scuole medie non ci arrivai impreparata, ma spaesata. Ad ogni modo avete presente la carta da parati? Passai i primi mesi a fare la colla della carta da parati, che è ancora peggio. E da dietro il velo guardavo tutte le ragazzine, quelle belle e fortunate vivere con facilità il gruppo, la classe, la scuola.

I capelli erano cresciuti, alla corporatura da mangiatrice di merendine si erano solo aggiunte le tette ed i vestiti avevano via via perso colore e quando capii che il nero snelliva, il mio armadio andò in lutto definitivamente.

Quelle carine avevano tresche con quelli popolari e durante l’intervallo camminavano assieme mano nella mano, lingua contro lingua creando il vuoto attorno, mentre il resto di noi comparse faceva da sfondo. Io leggevo distrattamente i Cioè delle amiche e un po’ mi deprimevo perché Cioè faceva davvero cagare e un po’ perché il vuoto che avevo attorno era diverso e D non mi avrebbe mai presa in considerazione. Quanto cacchio era bello D?! Beh a ripensarci oggi davvero poco, ma all’epoca lo trovavo stupendo. Lui stava nella sezione H, era uno forte ed io nella C e non ero nessuno, avevamo pochi contatti in comune e uno di questi doveva essersela cantata alla grande, perché D venne a sapere che gli sbavavo dietro come un mastino, così un giorno mandò un suo amico a dirmi che mi avrebbe aspettata davanti al cancello di scuola alle 16 perché voleva parlarmi e… gli piacevo. Non so come finirono le lezioni e come arrivai a casa quel giorno, ma temo di aver indossato un sorriso da paresi e fossi diventata sorda e sognante di botto. Mi preparai e con l’ansia nella pancia a farmi compagnia, mi avviai a piedi.

Casa mia era parecchio distante e lungo il tragitto pensai circa mille volte di fare marcia indietro fino a quando non mi detti mentalmente della cacasotto e decisi di presentarmi all’appuntamento. L’ultimo metro lo percorsi quasi ad occhi chiusi e poi, girato l’angolo lo vidi. Era esattamente dove mi era stato detto che si sarebbe fatto trovare. Ma non era solo. Stava appoggiato al cancello con due suoi amici, uno dei quali era proprio il “messaggero” che mi aveva attirata lì, che appena mi vide iniziò a ridere assieme agli altri due. Io mi fermai. Non capivo. Poi uno di loro iniziò a gridare “Volevamo solo vedere se avresti abboccato sfigata!”.

D sorrideva imbarazzato ed in cuor mio lo odiai tantissimo anche se sapevo che forse non era una merda come voleva far credere a tutti. Così, in frantumi, decisi di rimanere impassibile e risposi “di veri Sfigati io ne vedo solo tre, fatevi compagnia.” Me ne andai a pugni stretti lungo i fianchi e quando fui abbastanza lontana permisi all’unica lacrima che volevo concedermi di rigarmi una guancia. La Coccoina, nel frattempo, aveva lasciato il posto allo stick della Pritt con cui nuovamente incollai il puzzle dei miei sentimenti confusi.

Il secondo e terzo anno delle medie furono più divertenti. Conobbi anche il gusto della trasgressione quel giorno in cui decisi davanti scuola, complice un’amica, che non sarei entrata, ma avrei preso il treno per Monza. Peccato che 20 metri dopo ci vide la Preside. Peccato che nel pomeriggio una compagna di classe chiamò a casa mia per sapere come mai non fossi andata a lezione e la telefonata la prese mia madre. Credo di avere ancora le impronte digitali delle dita della mano destra di mia mamma impresse sulla guancia, perché mi diede una pizza storica. Ovviamente dall’accaduto imparai solo a gestire meglio le successive fughe. E difatti in prima superiore evitai un giorno di scuola per partecipare ad una manifestazione di cui non mi fregava assolutamente nulla, per il solo gusto di saltare matematica e sempre mia madre lo scoprì tramite TG perché venni ripresa dalle telecamere mentre seguivo il corteo di studenti. Poi vi assicuro andò meglio. Il libretto delle assenze più falsificato della storia lo avevo quasi consumato. Per giuste cause si intende.

I capelli ricci erano lunghi, il fisico morbido, i vestiti conformi alla moda del momento e dei privilegi riservati alle stra gnocche non mi importava più un accidenti.

Forse non ero ancora nessuno, ma avevo capito che non mi serviva la “vita facile” e che tanto ero più.. una abituata a doversele guadagnare le cose e non mi pesava neppure troppo.

Le belle ragazze continuavano ad esistere ed erano sempre accompagnate da quelli popolari. Le comparse erano protagoniste di storie diverse e tutte loro, ed io.. io ero quella seduta in corridoio, con le cuffiette nelle orecchie ed il libro Noi i ragazzi dello zoo di Berlino tra le mani, con i pennelli a fermare i capelli lunghi raccolti e le macchie di tempera sulla camicia e sul naso. I ragazzi, passando, mi salutavano con un cenno della testa e qualcuno si sedeva accanto a me a chiacchierare. E qualcuno poi non andava più via.

Loser

2 8bre.

Questa mattina, all’uscita dall’ospedale una folata di vento ha portato un profumo nell’aria che mi ha investito scardinando qualche porta chiusa su ricordi difficili e in un istante era Agosto 2007, il giovane chirurgo parato davanti a me a bordo letto, con l’esito della Tac in mano, in evidente disagio mi stava comunicando che una massa sospetta premeva su una vertebra della colonna. Dovevo essere operata d’urgenza. Solo l’operazione avrebbe reso possibile capire nello specifico con cosa avrei dovuto fare i conti in seguito.Il tono della sua voce era controllato, quasi rassicurante, ma con il sorriso incerto di chi non sarebbe mai riuscito ad assolvere con freddezza quell’ingrata parte del suo mestiere che lo vedeva ambasciatore per conto di uno stronzo destino, forse tentava di scusarsi in silenzio per un disegno più grande di lui, contro cui a volte non poteva nulla. Comunque l’aveva chiamata “massa”. Non avevo ancora capito. Collegato.

Stavo male, zoppicavo e soffrivo di dolori atroci che mi portavano all’esasperazione. La vacanza a Gatteo era finita con un lungo ritorno in treno tra lacrime ed antidolorifici, poi la corsa al pronto soccorso e l’inizio della fine di un capitolo felice.

Un semplice profumo e sono sparite le strisce pedonali, i passanti, gli edifici, il cielo grigio di Lambrate. Ho dovuto fare appello a tutta la mia forza per costringermi a ritornare lucida. Mi sono sforzata di guardarmi attorno, poi giù verso le gambe concentrandomi sulla sensazione di freddo che provo quando uso i corrimano per spingermi sulla carrozzina. Ero di nuovo qualcosa di fisico e presente. Oggi è il 2 Ottobre, sono paraplegica, malata oncologica, non ho più casa mia, la macchina, il vecchio lavoro, le vecchie amicizie, Simone e neppure più Yago, il mio pastore tedesco. 2 Ottobre. Fa freddo, mi nascondo dentro un cappotto verde che mi fa sembrare una liceale e una vecchina mi ha appena chiesto se sto aspettando il taxi. Le rispondo di no mentre vedo mio padre arrivare in macchina.

Praticamente ho avuto un attimo di rincoglionimento alla Ally McBeal.

Mi stacco il cerotto che ho sul braccio sinistro guardandomi allo specchio per capire dov’è stata eseguita di preciso l’iniezione. L’oncologa non è contenta di vedere le mie braccia tatuate, non approva, ed io spero che mi abbia bucato in una zona libera dall’inchiostro. Che non abbia deturpato la “tela” di cui vado fiera. Dopo aver passato anni a subire operazioni devastanti, dopo aver visto il mio corpo cambiare sotto l’effetto di farmaci (non chemioterapici) che per un periodo mi hanno reso quasi calva, di cortisone preso in dosi massicce dove sono raddoppiata di peso e dopo aver dovuto cambiare punto di vista abbassando la mia visuale dal metro e sessanta ad altezza bimbo perché ora mi tocca stare seduta, beh.. fanculo tutti. Dopo aver fatto da cavia da laboratorio, prestando il mio corpo alla scienza e alla sfiga, credo di avere tutto il diritto di “dipingerlo” di inchiostro o forarlo con dei piercing. Questo tipo di dolore l’ho cercato e voluto io. Il resto no. Il resto proprio no.

E’ il 2 Ottobre. Fa freddo, mi nascondo dentro un cappottino verde che mi fa sembrare una liceale, sono paraplegica, malata oncologica, ho in programma di tornare a vivere per i fatti miei, ho ri-preso la patente speciale, coltivato nuove amicizie, ho un compagno che non si chiama Simone e non vedo l’ora di poter adottare due gatti.