La mia parte intollerante.

Tutti noi siamo portatori sani di “dio che nervi” verso cose che ci infastidiscono (e non lo metto il punto di domanda perché potrebbe dissentire solo Osho).

A questo proposito, voglio stilare una lista di “alcune” cose sceme che tollero a fatica o non tollero affatto, partendo da quelle che ritengo più “sopportabili” :

  • Persone che camminano battendo i talloni sul pavimento. Ora non vi chiedo di stare sulle punte come la Fracci, fare i Ninja silenziosi o i Marines che puntellando cautamente i gomiti, strisciano avanzando, ma se evitaste di far tremare il suolo ad ogni falcata, fareste cosa gradita anche ai rilevatori sismici.
  • I Pop up di Cineblog e le millemila finestre che si aprono quando si tenta di raggiungere la schermata per lo streaming selvaggio. Che poi appare la pagina del tizio che inizia a parlare per spiegarti come fare soldi facili su internet e mi tocca ordinare al maggiordomo di zittirlo.
  • Utenti Facebook che accostano frasi improbabili a selfie giornalieri ancora più improbabili. Voler giustificare una bocca a culo di gallina con una frase pescata a caso dal repertorio di Fedez è istigazione ad usare l’opzione “nascondi post” / “non seguire più” /“blocca utente”/ “inviagli un Trojan” / ”pugnala la sua bambola voodoo”.
  • Utenti Facebook (sì questo social mi regala forti emozioni) che mettono like al proprio post. Deduco che se lo hai scritto e pubblicato tu sia d’accordo con te stesso. No? No.
  • Utenti Facebook che postano frasi/riflessioni copiate da altri senza citarne la fonte, si mettono anche il like e dulcis in Findus rispondono lusingati ai complimenti di chi pensa di aver letto un contenuto “sincero”. Avete neuroni cinesi dediti al CTRL+C CTRL+V in quella testa? Ma soprattutto quella testa è la vostra?
  • Le persone che al cinema parlano (anche al cellulare) durante la visione del film. Sono spesso le stesse che ti fregano il bracciolo e la bibita. Queste persone dovrebbero essere bandite da tutte le sale, schedate e bandite previo riconoscimento dell’iride e successiva incisione a fuoco della lettera scarlatta sulla fronte.
  • I suggeritori. Quelli che mentre tu stai al telefono si intromettono ricordandoti di dire quella cosa all’interlocutore e poi quell’altra e tu sei lì diviso in due con un orecchio teso verso il cellulare, anzi con il cellulare che sta per diventare un cotton fioc premuto sull’orecchio e l’altro orecchio tappato per evitare di ascoltare il suggeritore che nel frattempo ha preso anche a seguirti ignorando il tuo labiale che scandisce chiaramente “hai rotto il cazzo,non sento,finiscila”. Ad un certo punto ti arrendi, gli molli il telefono dicendo <<Parlaci tu!!!>>. Risponderà piccato e vorrai ucciderlo.
  • Quelli che ti scrivono solo per inoltrarti una catena di merda, poi svaniscono come i calzini ingoiati in un buco nero. Per loro noi siamo solo un numero utile a cui passare la patata bollente o sfiga che dir si voglia. Tipo il vecchio “Ce l’hai”.
  • I gruppi su Whatsapp, che se hai il cellulare impostato su vibrazione è probabile lo ritroverai ad un kilometro da casa spinto dalle vibrazioni dovute al susseguirsi di messaggi degli utenti del gruppo.
  • Le persone che fanno finta di non vedermi quando mi metto in coda alla cassa con precedenza disabili e che poi si girano sorridendo facendomi segno di passare solo perché la cassiera mi ha intercettato invitando tutti a darmi la precedenza. Magari non vi sarei passata davanti perché non ho sempre fretta, ma quando fate così vi passerei direttamente sopra con la carrozzina. Vi userei come Red Carpet.
  • Chi tocca il monitor del mio pc per indicarmi qualcosa sullo schermo. Perchè dovete decorarlo con le vostre impronte digitali? Non sapete darmi le coordinate del soggetto a cui devo prestare attenzione come si fa a battaglia navale, senza ungermi il vetro in preda ad isterismi da eccitazione o incazzo folle?
  • Quelli che prendono i miei libri in malo modo sgualcendoli. Ah che colpo al cuore! Passare ore in libreria a scegliere la copia intonsa e che più si avvicina alla perfezione estetica per poi vedere che a “mio figlio” (il libro) son spuntate le orecchie come a Pinocchio nel paese dei balocchi. Che la copertina, quando non è rigida, ha già le rughe per colpa di chi ha cercato di ripiegarla sul retro del libro come fosse una rivista.. siete delle brutte persone. Mai quanto me, ma davvero brutte.
  • L’umanità.

intolleranza

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90 la paura.

Qualche giorno fa ho dovuto prendere l’autobus per recarmi ad un appuntamento. La corsa che attendevo era quella della famigerata linea 90.
Salire sulla 90 è un po’ come fare Pechino Express al contrario : non devi viaggiare tra diversi Paesi assaporandone le differenti culture in quanto entri direttamente a contatto con almeno 6 distinte nazionalità dislocate su un intero autobus. Qualche fermata/tappa prevede l’eliminazione di alcuni concorrenti, subito rimpiazzati da nuovi giocatori. Vince chi ha più resistenza fisica unita a strategia di gioco, pari a quella del Tetris, che sarà utile al vostro fisico in caso di “overbooking” del mezzo.

Delle volte quella linea è così affollata che immagino l’autista girare la lancetta di un ipotetico Twister e gridare : “Mano destra su cinese!” – “Piede sinistro su italiano, se lo trovate!”.
Vince chi riesce a districarsi arrivando illeso alle porte d’uscita e varcandole. Io perderei sempre.

Ad ogni modo, dovevo recarmi ad un appuntamento e dopo un’attesa di circa 20 minuti esposti ad una temperatura pari a quella del monte Fato di Mordor, io ed il mio compagno, ormai forgiati, tanto che sulle spondine della mia carrozzina è anche apparsa una scritta in caratteri Tengwar che recitava << un antidolorifico per domarli, un antidolorifico per trovarli, un antidolorifico per ghermirli e nel buio incatenarli >>, vediamo il miraggio di un mezzo arancione fermarsi.

Ora la cosa dovrebbe svolgersi così : autista ti rianima autista scende munito di apposito bastone con gancio, tipo quelli negli armadi per prendere i capi che stanno in alto (se non lo si modifica per farcisi i selfie) – autista invita i passeggeri a spostarsi dal perimetro della pedana da azionare manualmente – autista tiene una breve lezione di geometria indicando l’area selezionata con le mani ed invita nuovamente i passeggeri a non occuparne la superficie – autista da fuoco alla superficie indicata liberandola da cose e persone – autista chiede a che fermata scenderemo – salita sull’autobus – si chiede gentilmente ai passeggeri di lasciarci passare – si ripete più volte l’azione – si da fuoco a qualcuno – ci si dirige verso il posto assegnato agli invalidi – autista invita nuovamente i passeggeri ad allontanarsi dalla superficie destinata alla chiusura della rampa – autista ripete l’accorato appello – autista darà le dimissioni entro sera – autista richiude la rampa – si parte.

Questo è quello che a grandi linee accade ogni volta che io ed il mio compagno saliamo sulla 90. Tranne quel giorno, alla cui guida di uno degli autobus c’era un tal signor “cazzomene” in divisa, che dopo essere sceso senza il bastone per estrarre la rampa, ringhiando verso i passeggeri che si sono dispersi all’istante, impugna un fazzoletto e mima sfiorando senza troppa convinzione la maniglia della pedana per poi voltarsi scazzato e dirmi << non va, non ho il gancio o aspetti la prossima corsa >> ( e qui lo fulmino tipo Lamù durante il primo giorno di mestruo ) << ..oppure ti aiuto a salire >> dice in un tono che tradotto sarebbe “basta che ti levi dalle palle”.
So bene che non si dovrebbe e forse lo sa anche il signor “cazzomene” che la manovra che intende eseguire è sinonimo di una certa responsabilità, ma accetto perché ero ormai in ritardo, così cerco di spiegare come fare ad aiutarmi. Mentre il mio compagno pare essere l’unico a cagarmi totalmente, il signor “cazzomene” sempre più scocciato continua a ribattere di voler fare a modo proprio, nasce così un ping pong di tentativi da cui ne usciamo sconfitti per sfinimento e lasciamo che a dirigere lo spostamento sia lui. Io mi aggrappo come posso alla carrozzina pregando di non aver affidato metà della stessa alle mani di un secondo Schettino. In tal caso, mea culpa. Approdo sull’autobus come una valigia nella stiva di un aereo e non facciamo in tempo a girarci per informare “cazzomene” dove saremmo scesi, che lo stesso era già sul sedile pronto a partire. Della serie : da qui in avanti non siete più un mio problema.
Purtroppo la ressa non mi ha permesso di raggiungere il posto invalidi e comunque la pulsantiera che serve anche ad indicare la richiesta di fermata non funzionava (forse non avrebbe funzionato neppure se mi fossi ancorata con la cintura di sicurezza che in genere attiva anche i comandi della pulsantiera, ma non lo sapremo mai).

Arrivata alla mia fermata, per la discesa abbiamo chiesto “l’aiuto del pubblico” e per fortuna un signore ed un ragazzo ci sono venuti in soccorso. Seguendo le mie direttive ho potuto toccare il suolo superando il grosso dislivello senza troppi sballottamenti. Sperando di non aver causato un’ernia ai soccorritori.

Questa non è una denuncia, ma un semplice racconto, un aneddoto da bar descritto con leggerezza per come è stato vissuto. In genere ho la fortuna di trovare autisti davvero molto gentili, ma il “cazzomene” di turno capiterà sempre. Ho la fortuna di avere un compagno stupendo dotato di umorismo ed ho la fortuna di essere io stessa orribilmente ironica. Non lascio spazio in questo post a toni pesanti e malumori. Conosco i disagi a cui i bipedi non funzionanti vengono costantemente esposti dal momento che faccio parte della categoria, ma (quando si può) è utile al fegato (secondo me) prenderla con “filosofia”.. “tutto è bene quel che finisce bene” senza incattivirsi troppo.

La vita è bella. Anche quella del signor “cazzomene”, credo.

mordor

Piccolo spazio pubblicità.

Una regola fondamentale del Marketing, per vendere è :

creare un bisogno”. E la pubblicità incita il pubblico verso la creazione di un bisogno, spesso indotto, per offrire poi la “soluzione” attraverso l’acquisto del prodotto presentato.

Detto questo, premesso che dalla pubblicità non si scappa a meno che non si decida di divenire eremiti sull’isola che non c’è, confesso di ritrovarmi sovente a guardare spot pubblicitari in tv con la stessa indole critica di Mara Maionchi di fronte ad un cantante.

Partiamo ad esempio dalla pubblicità del tonno Rio Mare, quella in cui Kevin Costner, doppiato da uno che ci crede davvero a quel che dice, non balla coi lupi dell’appennino, non fa la guardia del corpo di Papa Francesco, ma sceglie l’Italia perché, dice <<Avete una grande cucina e un grande tonno>>. Il. Tonno. In. Scatola. Ingrediente principale della dieta mediterranea per la quale vantiamo una certa fama mondiale. Perché hai scelto un faro, fronte mare, dove vivono i veri tonni, senza marca, senza olio? Perché hai scelto un faro del diametro di un grissino, che son sicura non taglierebbe quel cazzo di tonno neppure se ci crollasse sopra? Perchè?! Che per levarlo dalla latta devi fare leva con la forchetta e liberarlo a pezzi che poi sembra purè rosa nel piatto. Che minchia di bisogno stavi cercando di creare in me, pubblicitario, non lo so, ma la soluzione l’ho trovata cambiando canale.

Passiamo alle pubblicità mirate al pubblico femminile.

Ve lo dico, quelle degli assorbenti non le commento neppure più di tanto, perché implementano il prodotto, ogni tot, con nuove “tecnologie” mirate per lo più a migliorarne l’assorbenza e la verità è che presto diverremo tutte liofilizzate in attesa che la menopausa ci salvi.

Amando il mondo del make up, mi incuriosiscono molto gli spot a tema, tipo quelli dei mascara. Ce ne sono sempre di nuovi che promettono ciglia sempre più folte, definite, lunghe.. lunghe che ci si potrebbe fare anche il riporto sino alla fronte e danno a questi prodotti dei nomi che sono un chiaro rimando alla loro peculiarità :

Outrageous curl Dramatic – Absolute Volume – Iconic Overcurl – Cils d’Enfer ecc ecc.

Peccato però che le modelle, badate bene, non la Giuseppina del primo piano, ma le modelle acchittate che sensualmente giocano ammiccando con ‘sti nuovi ventagli sulle palpebre, ammicchino (le stronze) con delle ciglia finte addosso! Perché almeno il 90% delle pubblicità che riguardano i mascara e promettono risultati straordinari, usano modelle a cui appiccicano la falsità travestita da sguardo intenso. E grazie al cazzo allora!

Vogliamo poi parlare delle pubblicità degli shampoo? Io li ho provati tutti, sì, ci ho creduto al miraggio del capello riccio/mosso domato, folto e lucido, ma neppure le parrucchiere ci credono, tanto è vero che al momento della piega, con un impercettibile goccia di sudore ad imperlare la tempia, mi chiedono sempre molto speranzose “Li stiriamo vero?”. No! Tu adesso me li fai diventare come quelli di Afef Jnifen! E’ inutile che mi mostriate l’ennesima modella, che prima di lavarsi i capelli col vostro prodotto ha una cofana informe, crespa e una depressione galoppante scolpita in volto, e dopo diventa Rapunzel che al rallentatore schiaffeggia con la chioma anche il cameraman. Quelle sono extension pettinate probabilmente da Aldo Coppola che ha firmato un patto di segretezza!

Altra questione spinosa per noi donne è la depilazione. E qui gli spot si sbizzarriscono. Fanno i casting scegliendo delle Ermenegilde di bell’aspetto a cui passano la fiamma ossidrica dal mento in giù, così da renderle glabre, mettono loro in mano il rasoio che l’amica aveva casualmente in borsa, perché l’Ermenegilda di turno al mare s’è scordata di depilarsi (anche se è uscita di casa con shorts inguinali) e si simula la decapitazione di peli inesistenti. Stesso concetto per le creme depilatorie e gli epilatori. Vi odio. Vi meritate che il silk epil vi caschi in testa mentre è acceso e vi estirpi i capelli.

Un’altra pubblicità che mi mandava fuori di testa era quella del Viakal Plus con l’innocuo gattino della vicina dall’inguine vivace, che avventurandosi nell’appartamento accanto abitato da ragazzi, lasciava impronte sul piano di una cucina già di per sé lercia e che poi passava a strusciarsi nella vasca da bagno in preda ad evidenti convulsioni come ultimo tentativo estremo di scrostarsi via lo sporco della cucina. E del bagno stesso. Ma il problema era il gatto eh.

Ogni volta che pubblicizzano un prodotto del genere, mostrano ambienti trascurati che neppure il realismo degli effetti speciali del cinema arriva a tanto. Sporco ossidato da decenni, incrostazioni con colture di muffa di ogni tipo, ma UNA passata di spugna col prodotto giusto et voilà, cancellati anni di degrado. Ma vaffanculo va. Però fatemelo scrivere, vincerà sempre a mani basse, come peggior pubblicità di un prodotto per la pulizia di casa, quella dell’ACE Spray Mousse, dove regna palese il disagio di un’intera famiglia. Madre urlante in cucina che decanta le doti dello sgrassatore e padre in salotto che ribatte urlando anche lui IN RIMA. Il tutto in un cazzo di possibile 4 locali di merda, dove anche il figlio a cavallo di un triciclo, pedalando spaesato e penso pure sordo, si mette a strombettare per attirare l’attenzione dei genitori modello che non se lo cagano più da quando hanno adottato l’Ace Spray Mousse.

Potrei andare avanti ad oltranza perché di materiale su cui scrivere ce n’è tantissimo:

gente che va in giro con flaconi da 3 litri di detersivo per bucato in borsa che non si sa mai. Ruggeri che presta la voce per la Negroni ed ogni volta che canta “le stelle sono tante milioni di milioni..” nella mia testa, la canzone prosegue così : “non rompere i coglioni.. non rompere i coglioni”. Frasi a cazzo per la pubblicità del cono 5 stelle Sammontana e tante tante altre.

Ma prima di evaporare, uomini, toglietemi una curiosità.. a quante lame siamo arrivati sui vostri rasoi? Che ogni anno ne aggiungono una e di questo passo mi immagino che le testine ormai abbiano la dimensione di uno smartphone.

carosello

Aneddoti part II

L’organizzazione non è mai stata il mio forte sino a quando non ho dovuto fare i conti con gli innumerevoli imprevisti che si abbattono sul quotidiano con la stessa tenacia che ha radio Maria quando riesce a trasmettere nelle gallerie.
I mezzi pubblici, in questo senso, danno soddisfazioni enormi.
Capita a volte, senza esagerare, che in preda ad un ottimismo immotivato e con l’entusiasmo di un cane che corre incontro alla pallina, io decida di spostarmi in metropolitana per raggiungere un determinato punto X.

Prima tappa ascensore.

Fuori uso.

Viaggio finito.

La pallina è esplosa assieme all’entusiasmo.

Rewind :

Ascensore.

Mezzanino.

Omino ATM :

“Signorina aspetti un attimo! Dove deve andare?”

Ed io tra me e me penso sempre che saranno anche cazzi miei, che magari non lo so dove voglio andare, ma so che non voglio restare, che non te lo dico dove devo andare perché potrei cambiare idea, voglio poter cambiare idea. Ma rispondo afflitta e scoglionata :

“In Duomo”.

“Chiamo per verificare che lì l’ascensore funzioni.”

E resto fuori dal gabbiotto con le dita incrociate, le doppie punte dei capelli incrociate anche quelle, perché nel caso l’ascensore desse pikke, lo sbattimento del dover scendere nella prima stazione disponibile/accessibile per poi farsela srotellando verso la meta, sarebbe l’unica alternativa.
Attendo qualche minuto e vedo il solito fiume di gente che va spedito dove deve, senza intoppi e penso che una volta quel concetto di estrema libertà l’ho provato anche io.
Torno nostalgicamente a rompermi le palle guardando l’omino che prima di agganciare, si accorda al telefono su una pizzata per la sera stessa con il collega dall’altro capo del filo. Con calma. Tanto è cosa nota che chi sta seduto non abbia fretta. Noi la sedia sotto al culo ce l’abbiamo per pigrizia tanto è vero che ci abbiamo messo anche le ruote per non doverci alzare. Geni.

“Può andare, tutto a posto.”

A soreta, vorrei dirgli, ma saluto e mi avvio.

Al ritorno la stessa pantomima. Subisco l’alt come un sospettato di spaccio alla frontiera ed attendo il via libera. Sempre con calma. Sempre sperando che gli ascensori funzionino.
I viaggi della speranza in realtà sono questi.
E comunque viaggio ormai con il piano B in tasca, perché non si sa mai. Perché ti istruiscono con mesi di riabilitazione dicendoti che devi essere autonomo, facendotelo credere, ma la fottuta verità è che dipendiamo da un sistema fallato, dall’ignoranza dilagante che abita troppi cervelli e siamo una categoria di nicchia. Mors tua vita mea.
Serve organizzazione, calma, sangue freddo, pazienza, astuzia. Neppure volessi disinnescare una bomba. Aprire una cassaforte. Cazzo, volevo solo andare in Duomo!

Aneddoti

Stare seduti su di una carrozzina manuale, richiede una grande dose di pazienza ed un ingegno pari a quello di McGyver . Doti indispensabili per la sopravvivenza. Anche del fegato.
Oggi ad esempio, ho subìto l’attacco di un’ape.
Ora, se fossi stata bipede funzionante, avrei preso le distanze dal mostro alato con uno stacco alla Usain Bolt o avrei schivato il deretano armato della stronza come Neo in Matrix mentre sfuggiva alle pallottole. E invece non ho potuto neppure saltare sul posto come un gatto spaventato.
Quindi, mentre con una mano emulavo una sorta di colpi a casaccio alla Kenshiro, con l’altra tentavo di spingermi per allontanarmi finendo però per girare in circolo. Cosa che dopo 10 minuti stavo per creare un tornado sul balcone.
Con le zanzare notturne che vivono negli anfratti di sarcazzo cosa di casa mia, ho il medesimo problema. Le vigliacche attendono che depositi le terga a letto e spenga la luce per poi palesarsi accanto all’orecchio a mo’ di sfida, ma almeno in questo caso, non avendo il terrore di una puntura dolorosa e non potendole comunque inseguire tipo posseduta che cammina sui muri, se non sono in uno stato comatoso tale da tirarmi cazzotti in pieno volto, di solito riesco ad eliminarle con la stessa concentrazione e velocità del maestro Miyagi in Karate Kid. Molte le ho fotocopiate sul muro. Ad occhi chiusi. E luci spente.

Altra cosa tremendamente fastidiosa è il non potersene andare via durante una lite, magari amorosa, con la stessa teatralità che richiederebbe la situazione, tipo :

“Basta Romualdo, mi hai sfrangiato le ovaie, addio!” girare i tacchi e sparire a suon di falcate non prima di aver sbattuto la porta di casa sua, il portone del palazzo e la portiera della propria macchina.

Nel mio caso (true story) avvenne qualcosa del genere tempo fa :

“Basta, sono stufa, mi hai rotto le palle, me ne vado!!!” per poi girare la carrozzina, sbattere la porta di casa sua, arrivare a tre metri dal portone e ricordarsi che ci sono 3 gradini di merda a dividerti dalla libertà e anche se in quel momento ti lanceresti rischiando di tramutare la paraplegia in tetraplegia, desisti. Torni in casa, sbatti di nuovo la porta e :

“Senti non è che mi dai una mano a scendere i gradini che poi me ne vado?”

Stare su di una carrozzina manuale richiede una grande dose di pazienza.
Una delle mie fobie, quando ero bipede funzionante, riguardava da vicino gli ascensori. Restarci bloccata dentro equivaleva per me ad essere tumulata viva. Ora che sono costretta per cause maggiori a dovermene servire, di questi infernali cosi in sospensione, non vi dico la gioia. Così capita spesso che mentre attendo che l’ascensore arrivi al mio piano, mi metta a leggere i cartelli apposti sul muro e che ne vietano l’uso in caso di incendio. Utili come i servizi del Tg quando ti delucidano sulle cose da fare per combattere il caldo.

E penso.

Penso a chi fa anche le simulazioni di evacuazione antincendio, dove in teoria, il disabile dovrebbe essere portato fuori dall’edificio su una speciale carrozzina presa in carico da personale istruito. Ora io penso alla scena. Fiamme, fumo, panico e allarmi e la sola cosa che riesco ad immaginare sono le due persone istruite e formate quel tanto per assicurare il mio salvataggio, farmi il dito medio e correre giù per le scale. Ma avrebbero anche ragione!

Per la categoria McGyver, potrei raccontarvi miliardi di aneddoti.. tipo quella volta che per recuperare il telecomando della tv finito sotto al letto attaccai al manico della scopa un’action figure di Creamy. Per recuperarlo ci misi qualcosa come 25 minuti e parecchie brutte parole, ma la soddisfazione fu immensa.

Sono problemi.

Cosa vuoi fare da grande?

Se hai le idee chiare, sai che posto vuoi occupare nella tua vita e come raggiungerlo : sei un brufolo.
Io le idee chiare non le ho mai avute in questo senso, per questo un po’ ti invidio caro piccolo monte Sinai che mi abiti la fronte.
Da piccola non ho mai avuto la stessa ingenua lungimiranza dei miei coetanei che già si vedevano medici dopo una partita all’allegro chirurgo, veterinari dopo aver osservato un lombrico o ballerine dopo una ruota improvvisata con le movenze di un ragno.
Niente di tutto questo ha mai fatto presa sui miei sogni.
All’allegro chirurgo giocavo sovvertendo le regole solo per vedere il naso rosso accendersi sperando esplodesse ad una certa.I lombrichi li scansavo non troppo delicatamente con i legnetti per andare poi ad infilzare le lumache rosse senza guscio e la prima ruota che ho fatto è terminata con un mezzo trauma cranico. Non mio ovviamente. Avevo calcolato male gli spazi e avevo amichetti troppo ottimisti e fiduciosi.
Ero quella bambina che, alla domanda della maestra “Cosa vuoi fare da grande?” rispose “se mi capita di crescere poi ci penso” (true story). E crescendo non è andata meglio.
In prima media ho cominciato ad avvertire una specie di elettricità nell’aria che si addensava come stratocumuli sopra le teste degli alunni a bordo cattedra ed ho iniziato a fare caso alle prime faide. Liti promosse da quel senso di ambizione che non comprendevo affatto e la guerra al voto più alto creava più suicidi morali dell’essere friendzonati. La mia unica occupazione era farmi passare matematica e scegliere sempre la traccia di fantasia per lo svolgimento dei temi, anche quando quella traccia non rientrava tra le opzioni. In terza media, quando ormai il 90% della classe sapeva esattamente con che indirizzo proseguire gli studi, il 9% sapeva esattamente che avrebbe cercato lavoro, il 4% di quel 9% che non l’avrebbe trovato.. l’1% è riuscito a mettere in crisi i docenti del corso di orientamento. Ed io, non proprio fiera di rappresentare quell’1%, dopo essermi sentita analizzare come : sufficientemente brava in quasi tutte le materie, con picchi di bei voti in Italiano e tracolli da grafico del PIL mondiale in matematica, ho sorpreso tutti scegliendo poi l’istituto d’arte.
Ma la cosa che vi farà capire che non avevo davvero le idee chiare è la seguente : andai a visitare il liceo linguistico di Monticello Brianza e trovai la struttura molto impersonale con quel brulicare di studenti inamidati che non mi avrebbero mai passato matematica. E già li detestavo per partito preso. Poi andai a visitare, con somma riluttanza dei miei genitori, l’istituto statale d’arte ubicato presso la villa Reale di Monza. Avvenne un contatto chimico tra le mie sinapsi e l’atmosfera festosa barra fancazzista barra creativa barra colorata barra friendly che si respirava. E su questo si basò la mia scelta. E capii solo dopo che di fancazzismo in quel posto c’era solo l’intervallo. Ma almeno lì, matematica me la passarono.
Ad ogni modo non voglio dare ad intendere che io abbia vissuto gli eventi accontentandomi. Ho sempre cercato di dare il meglio di me, anche nel mondo del lavoro, ma per pura soddisfazione personale. Ho sempre saputo chi ero, mai cosa volessi in realtà e incoerentemente forse un pochino mi sottovalutavo. Oppure era solo una misura preventiva che adottavo per non restarci male qualora avessi fallito un colloquio, un compito, un’interrogazione. Non lo so. Anche su questo non ho le idee molto chiare.  Non ho mai sentito il bisogno di conquistare il mondo o diventare “qualcuno”. Va da se che non sentirete quindi mai parlare di me come la prossima Cristoforetti in carrozzina o l’onorevole a rotelle.
Ma voi, siete diventati il sogno che avevate? Io credo di essere ancora fin troppo immersa nel presente e di essere composta per il 99% della stessa materia dei sogni a breve termine. Ho qualche progetto personale da realizzare, ma di salvare il pianeta, almeno in questa vita, non se ne parla. Anche perché che persona orribile sarei altrimenti.

Morale della favola : che tu sia tu o rinasca brufolo, non importa a cosa mirerai, ma cerca di fare centro.